la nuova famiglia (a)normale della tv
Correva l'anno di grazia 1968 quando in televisione trionfava "La famiglia Benvenuti", serie di telefilm che raccontava le vicende quotidiane di mamma Marina, papà Alberto e dei loro figli Ghigo e Andrea (interpretato dal piccolo Giusva Fioravanti, tristemente famoso per essere diventato un sanguinario terrorista nero), oltre alla tata Amabile. Nessun effetto speciale, niente guest star: solo le cose di tutti i giorni (dal lavoro del padre ai compiti scolastici dei figli, dal trasloco nella casa nuova alle discussioni coniugali) in cui gli spettatori potevano facilmente riconoscersi, tributando così uno straordinario successo al telefilm. Oggi, a quarant’anni e più di distanza, quella famiglia in tv non esiste più. Non nel senso dei Benvenuti ma in quello della famiglia tradizionale. Nei palinsesti televisivi non ce n’è quasi più traccia. A farla da padrone sono oramai quelle famiglie che vengono contrabbandate come famiglie moderne, protagoniste di serie tv (il più delle volte importate dagli Stati Uniti o dalla Gran Bretagna) praticamente impeccabili dal punto di vista della scrittura e della regia e, dunque, di grande appeal sul pubblico. Ad aprire il filone in questo senso sono state le Desperate Housewives, casalinghe nevrotiche e un po’ pettegole della provincia americana, curiosamente truccate ed eleganti anche durante i lavori domestici o di giardinaggio. Sulla falsariga delle loro vicissitudini arrivano ora in tv, entrambe su Fox Life della piattaforma SKY a partire da venerdì 5 febbraio, due nuove serie: Cougar Town e Modern Family. La prima ha per protagonista Jules, madre quarantenne che ha trascorso i suoi anni, tra i venti e i trenta, crescendo il figlio nella cittadina di provincia in cui vivono. Praticamente quello che fanno, o dovrebbero fare, tutte le madri. Ma siccome siamo in tv, Jules (che è da poco tornata single) ha deciso di recuperare il tempo perduto in un modo un po’ curioso: accettando una serie di appuntamenti dai contenuti hot con ragazzi più giovani di lei. La Modern Family dell’omonima serie, invece, è composta da Joy, un uomo di mezza età divorziato e ora sposato con una colombiana molto più giovane di lui, e dai suoi (di lui) due figli: Claire, casalinga sposata con figli e Mitchell, fidanzato con un uomo e di ritorno dal Vietnam dove ha adottato una bambina. Naturalmente le due serie in questione sono solo gli ultimi arrivi di una tendenza che accomuna ed evidenzia coppie scoppiate e famiglie scombinate un po’ dappertutto, dalle corsie dell’ospedale tipo Grey’s Anatomy (dove i medici sono più presi dalla loro vita privata che da quella dei pazienti) alla casa dei Martini di Un medico in famiglia o a quella dei Cesaroni, tanto per tornare a casa nostra. Quello che, insomma, una volta era appannaggio esclusivo di prodotti come Dallas o Beautiful, talmente eccessivi e lontani dalla vita di tutti i giorni da essere considerati fumettoni, oggi è purtroppo ritenuto un ingrediente fondamentale per una serie televisiva che voglia avere successo. Con buona pace della realtà che dovrebbe accontentarsi, secondo alcuni, di fare capolino dai reality show. Evviva la nuova famiglia (a)normale. | |||
Barbareschi: meglio in politica che in tv...
Torno a scrivere dopo qualche settimana (e me ne scuso con i lettori) non già per parlare di politica ma per dire qualche cosa sul ritorno in tv di uno che si era dato (fortunatamente per i telespettatori) alla politica: LUCA BARBARESCHI. Già nel titolo, con lo «Sciock» che imita il suono e non la grafia della parola, il Barbareschi Sciock che ha esordito l'altra sera su La7 indica la volontà di stupire e di provocare, come è d’altra parte nell’indole dell’autore-conduttore protagonista. Che nella prima puntata, sullo sfondo sin troppo maestoso di uno studio dominato dal blu, ha dimostrato di esser in gara con se stesso, di far di tutto per assomigliare all’intrattenitore brillante e al polemista sulfureo che ama proporre. Ma non ci è sempre riuscito: il programma, composito, ha avuto momenti di sfasamento, nel ritmo e nel piglio. Come se la materia sfuggisse dalle mani, le pause fossero troppo lunghe, le incertezze palesi; e l’intervista a Mike Tyson, presentata come il piatto forte, ha visto vincente, per naturalezza, proprio il pugile, sottoposto a un fuoco di fila di faticose domande in cui il tono ironico si perdeva inevitabilmente. Dopo un inizio con tre 'trans' di mezza età sdraiate su un letto insieme al conduttore (e che rivelano di esser medici e giornaliste, per sfatare un’ipotesi possibile) e le dichiarazioni di Carlo Petrini, che racconta del suo pernicioso doping, 'scioccante', tanto per rifarsi al titolo, c’è la presenza di una dolce Sabina Atzori, nata focomelica, ma tanto tenace da raggiungere il sogno della danza classica. E dopo un intermezzo canoro di Alex Britti, già visto da Scotti e da Facchinetti, ec co il dilagante Fabrizio Corona che, da par suo, ha duellato protervo con Barbareschi, racchiusi entrambi (il massimo della risibilità) in una vasca da bagno. | |||
storie di cerotti, di ipermercati e di sintonia con il Paese
Ho deciso di tornare a scrivere su questo blog dopo una lunga assenza che si prolungava dall'aprile dello scorso anno. La voglia c'era, il tempo un pò meno. Ma per rispetto dei lettori (e visto e considerato che non avevo nessuna intenzione di chiudere il blog) eccomi qui, in questi primi giorni del nuovo anno, a riannodare il filo logico delle mie sensazioni e dei miei pensieri su di tutto un pò. Inizio con un must per i miei post del passato già evidenziati sugli altri blog (http://tpi-back.blogspot.com/ e http://l-antipatico.blogspot.com/): il Pifferaio di Arcore. Berlusconi riappare in un ipermercato, la sera di Capodanno. E come d’incanto i primi giorni del 2010 offrono ai media lo spettacolo inatteso di centri commerciali, outlet e strade dello shopping presi d’assalto. File interminabili, traffico impazzito. La stagione dei saldi parte fortissima. Gli italiani si consolano per i sacrifici compiuti, dicono i sociologi. Più empiricamente, si sa che gli italiani (crisi o non crisi) rinunciano casomai alle cure sanitarie, piuttosto che all’affare, vero o apparente, di inizio anno. E comunque il loro presidente del Consiglio una volta di più era al posto giusto nel momento giusto, cerottoni sul viso compresi.Per quanto riguarda invece il PD si scrive (tanto per cambiare) della gigantesca rissa pugliese, della depressione laziale, delle insidie palesi o nascoste nell’agenda delle riforme istituzionali.
Tutto vero, ma il problema principale di Pier Luigi Bersani rimane l’incapacità, o l’impossibilità, di trovare una sintonia col Paese sulla questione economica. I problemi elettorali sarebbero meno gravi, e il tema delle riforme meno inquietante, se il PD si sentisse forte di una sua agenda economica energica, originale, soprattutto percepita dagli italiani come efficace.
A qualcuno, l’assalto agli outlet ha fatto pensare che tutto sommato gli italiani abbiano in tasca più soldi di quanti gliene attribuiscano le statistiche. Altri sostengono che la crisi abbia divaricato la forbice tra chi ci ha guadagnato e chi ci ha perduto: i dati di questi giorni su stipendi e iniquità fiscali lo confermano.
Mentre Berlusconi si mischiava alla folla dell’ipermercato brianzolo, i dirigenti democratici facevano compagnia ai ricercatori dell’Ispra lasciati senza un euro dai tagli di Tremonti.
Sono due verità. Il PD fa bene a stare con chi tocca la crisi nel suo punto estremo, però tanti altri italiani hanno di questa stagione una percezione diversa. Come di una parentesi destinata a chiudersi e nella quale cercare opportunità, che lo Stato dovrebbe agevolare.
Predire loro il peggio, questo Bersani lo sa, è controproducente e respingente. Se il Partito Democratico non vuole rimanere definitivamente tagliato fuori deve scartare di lato, deve afferrare uno dei capi delle ingiustizie italiane e tirare forte, con proposte diverse dal fiacco ritornello sul recupero dell’evasione per sostenere i produttori. L’approccio bersaniano ai temi economici ha qualcosa di eterno, quindi di sempre giusto e sempre impalpabile. Il nodo fiscale è lì, antipatico per il berlusconismo (nato per tagli che non ha mai fatto) ma letale per un centrosinistra colpevole di cecità, classismo alla rovescia, pervicacia punitiva. Sarà il tema della ripresa politica, con governo, sindacati e imprese pronti a trattare.
Dove sarà il PD? Chi lo ascolterà? Perché per esempio non provare ad abbinare due proposte di rottura come il contratto di lavoro unico e il taglio delle tasse sul lavoro, per acquistare una centralità che renderebbe più agevoli tanti altri passaggi? Detto questo mi metto alla finestra (non potendo sedermi sulla sponda del fiume causa maltempo ed esondazioni di questi giorni...) e aspetto. Chissà che questo nuovo anno non porti veramente qualcosa di nuovo e di bello. Speriamo.
apartheid di provincia
please, non rottamiamo mister Allegria!
Francamente non credevo di dover scrivere un post in favore della riassunzione a Mediaset o in RAI per il papà della televisione. Incredibilmente MIKE BONGIORNO è rimasto senza contratto e senza stipendio. Mediaset non gli ha rinnovato il contratto, automaticamente in essere dal lontano 1980. La guerra di posizione per il futuro della televisione italiana è arrivata al culmine. Dopo le schermaglie sulle piattaforme (digitale terrestre vs. satellite), è entrata nel vivo la battaglia sui contenuti. E dopo Fiorello, Lorella Cuccarini, Giorgio Panariello, anche Mike Bongiorno andrà in onda su SKY. Nel caso di Mike non si tratta di un nuovo contratto, ma piuttosto di un desiderio del presentatore di essere ospite sul palco del Fiorello Show. «Mike? Abbiamo apprezzato moltissimo lo spot che ha fatto per il suo amico Fiorello dicono a Sky – e lo abbiamo trasmesso negli orari di punta della nostra programmazione. Saremmo onorati, se i suoi impegni lo consentiranno, di averlo ospite nel Fiorello Show». Insomma ufficialmente non è stata presa ancora nessuna decisione ma, secondo quanto si mormora nell'ambiente televisivo, l'ormai ex uomo di punta di Mediaset sarà ospite di Fiorello almeno due volte, ma non è escluso che quella di Bongiorno diventi una presenza fissa dello spettacolo in onda dal 2 aprile. «Quando ho detto a Mike che andavo a Sky aveva spiegato Fiorello presentando lo show – mi ha chiesto quando avremmo cominciato», una battuta certo, ma che dimostra la volontà del presentatore di mettersi in gioco anche su un palcoscenico nuovo, dopo il sofferto divorzio da Mediaset. Un addio non facile quello al Biscione, ma come ha spiegato il conduttore è stata proprio Mediaset a non rinnovargli il contratto. Insomma Mike Bongiorno è di fatto «libero» di svolgere la sua attività televisiva su qualsiasi rete: «Da molte parti - ha spiegato il conduttore – leggo che Mike Bongiorno ha tradito Silvio Berlusconi, ma la verità è un'altra. Mediaset prima della fine dell'anno scorso, senza preavviso, non mi ha rinnovato il contratto che mi legava al gruppo fin dalla sua fondazione. Di conseguenza – ha concluso – ora non avendo legami sono libero di svolgere il mio lavoro con chiunque». Da Mediaset dicono che vincolare Mike Bongiorno con un contratto in esclusiva sarebbe stato «controproducente senza un progetto concretamente avviato». L'azienda comunque starebbe pensando a qualcosa di «adeguato alla professionalità di Mike Bongiorno». Intanto il presentatore, martedì prossimo, sarà ospite di X Factor, il talent show condotto da Francesco Facchinetti in prima serata su Raidue. Di certo però la mossa di ieri ha molte analogie con il passato. Nel 1980 Bongiorno lasciò la Rai per passare a Mediaset, una scelta che spezzò il monopolio della tv di Stato. Adesso il primo, parziale, approdo sul satellite, potrebbe, almeno simbolicamente, spezzare il dominio della tv generalista. E magari consegnare al MIKE nazionale l'elisir di lunga vita...
Barack & burattini (delle lobbies)
Obama ha sottolineato di avere promesso durante la campagna elettorale di far pagare più tasse ai ricchi, di investire nella energia pulita e nella educazione, di rendere accessibili a tutti la copertura sanitaria. «Questo è il mutamento che ho promesso come candidato. Questo è il cambiamento votato a novembre dagli americani. E questo è il cambiamento contenuto nel bilancio che ho mandato al Congresso», ha affermato Obama. Il presidente ha ammesso che far passare tale bilancio «non sarà facile» anche in un Congresso controllato dai democratici «perchè rappresenta un mutamento vero e drammatico» che minaccia lo '"status quo" a Washington.

«Il sistema attuale può star bene ai potenti interessi che hanno dominato Washington, grazie alle loro connessioni, per anni e che adesso sono pronti a combattere - ha detto Obama - Ma non sta bene a me. Io lavoro per gli americani». Il presidente ha citato espressamente, tra i potenziali avversari delle sue iniziative, l'industria della assicurazioni sanitarie, le banche, le compagnie petrolifere e del gas. Ma ha detto di essere pronto alla lotta.
Carta canta...e vince pure
un minuto di silenzio (per ascoltare le stronzate di Gasparri)
Andrea Camilleri ha rivelato in un'intervista di essere membro, forse addirittura socio fondatore, degli Adoratori di Gasparri. Unica setta satanica ad avere una finestra quasi continua su tutte le tv generaliste italiane. Lo scrittore siciliano ha anche rivelato uno dei riti segreti celebrati dalla congrega: l’assemblea del sabato per rivedere la registrazione di tutte le apparizioni del Gasparri in video. Cerimoniale masochista, che mette a dura prova la psiche, il fisico e, per chi ci crede, anche l’anima degli adepti.I quali, va detto a loro discarico, si dedicano a Gasparri solo allo scopo di cancellarne le tracce. Ma non per sempre, visto che ogni giorno porta la sua pena e la sua nuova bordata di sparate, insulti e semplici stronzate. Di recente, per esempio, Gasparri ha dichiarato a tg unificati che il Pd fa manifestazioni inutili, mentre il governo produce fatti. Ma non ci ha spiegato perché tutti quei fatti sono puntualmente smentiti dal governo nei successivi tg.
il Paese dei bravi ragazzi (e dei cattivi genitori)
Complimenti, signora. Difenda sempre suo figlio, sempre e comunque, anche se ammazza qualcuno. Si allinei pronta al più becero maschilismo, quello che vede in ogni donna violentata una puttana potenziale. Non si interroghi mai, per nessun motivo. Si tenga strette le sue modeste certezze, prima fra tutte quella su cui si basa la degenerazione italiana: la famiglia prima di tutto, la famiglia nepotista e amorale, tesa a difendere i suoi membri dal giudizio degli altri. I figli sono sempre dei santi, no? Cattivi sono i figli degli altri. È applicando questa italianissima regola mafiosa che si educano i nuovi mostri. Sono ragazzini incensati e ignorati, che crescono con la certezza della loro automatica innocenza. Mamma li assolve sempre, papà difficilmente si prende il disturbo di inculcare nelle loro fertili teste vuote un paio di principi. Per esempio il rispetto degli altri. E tutti sono “gli altri”: perfino le donne e gli immigrati.

Purtroppo nella moderna famiglia “il prossimo tuo”, quello che dovresti amare “come te stesso”, è un pallido ectoplasma senza identità. O è nella tua banda/famiglia o è nemico. E la tua banda che obbiettivo ha? Sfangare il sabato sera. Per riuscirci bruci vivo un uomo o rovini una ragazza? Pazienza. Grazie alla Gelmini, avrai zero in condotta. Tanto mamma non si arrabbia.
il pasticcio del caso Villari
Ma quel disastro è ormai consegnato alla storia delle figuracce e della pessima immagine che la dirigenza del PD riesce a dare di sé. Storia giovane ma già assai ricca di precedenti.
Quello che è inedito e veramente spiacevole per il curriculum della sinistra repubblicana è l’imbroglio di cui si è resa promotrice e complice per rimuovere le tracce del disastro, gagliardamente impersonate dal senatore Villari. Il quale è indifendibile da se stesso e dalla sua illusione di martire, ma il tentativo di stornare su di lui ogni onta è vile e irresponsabile. Villari fu candidato dal Partito Democratico come suo esponente, insieme ad altri similmente inaffidabili: scelte che allora ci fu chi criticò, inascoltato.
Ma soprattutto, Villari era stato eletto democraticamente da un organismo parlamentare. Un evento regolato dalla legge, a cui la legge e lo spirito democratico chiedono che si obbedisca: e non si può opporre a questi due termini una “tradizione” disattesa, come se questa dovesse avere maggior forza. Ancora di più in giorni in cui si protesta giustamente contro la violazione del diritto attuata sul caso Englaro. Nel cui caso, come in altri noti, l’inclinazione a fregarsene di sentenze, leggi e istituzioni era stata caratteristica del centrodestra.Col caso Villari, la sinistra entra ufficialmente (non a caso in accordo con la maggioranza) tra i manipolatori delle regole democratiche, quando queste non diano i risultati voluti. Con la coscienza dei responsabili sollevata da uno sguardo alla figura dell’impresentabile senatore: è la vecchia tradizione del garantismo solo con i buoni. Quando la dirigenza del PD si lamenta dell’attitudine della sinistra a farsi del male da sola, beh: è un’autocritica.
speranze per il nuovo PD
Che Che in una fase difficile come questa il Partito Democratico decida di ripartire dal programma (e dalle cose da fare) mi sembra un'ottima cosa. La conferenza programmatica di aprile sarà il modo migliore per definire il progetto del PD, rilanciarne la sfida nazionale ed europea, partendo dai contenuti. Crisi ed Europa saranno al centro del dibattito e dell'elaborazione. Eccellente notizia. Ci sono due "però" da tenere in conto, tuttavia. Il primo riguarda l'enfasi con la quale è stata richiesta la "chiamata a raccolta", in questo difficile momento per il progetto del PD, delle sue grandi personalità. La stessa scelta di Massimo D'Alema come"direttore dei lavori" costituisce un segnale preciso di condivisione della responsabilità dell'esito della conferenza da parte di un leader storico e influente.
Ritengo però che la conferenza debba essere, al contrario, un momento di visibilità e di incontro che dia voce al Partito diffuso, alle esperienze, alle volontà e alle intelligenze presenti sul territorio in tutta Italia. Soprattutto davanti all'evidente necessità di non ritardare ulteriormente la creazione del tessuto connettivo del Partito e l'identità stessa ("l'anima", verrebbe da dire!) dei democratici italiani, credo che i protagonisti della conferenza debbano assolutamente essere i circoli e i piccoli azionisti della compagine societaria.
Il secondo "però" riguarda il percorso che forse è ancora più importante della conferenza programmatica in sé, e che non potrà essere un processo burocratico e formale.
Dovrà essere invece un percorso aperto e coinvolgente, capace di attivare la partecipazione e di lanciare una sfida che dovrà essere politica e culturale insieme. Il percorso, che condurrà alla Conferenza, dovrà essere una campagna all'insegna di un cambiamento radicale dell'immagine del Partito, di noi stessi e della politica italiana, che abbia la stessa potenza e lo stesso impatto nella società italiana che ebbero la fondazione del Partito e le primarie dell'ottobre 2007.
Negli ultimi mesi si è fatta molta fatica a parlare agli italiani e a costruire una "cultura democratica" coraggiosamente capace di rappresentare il potenziale rivoluzionario di un partito che è nato come una risposta ai grandi cambiamenti della società e del mondo del nostro tempo. Un partito in piena ed efficace comunicazione con il sentire del suo Paese non può che organizzare, per suo stesso istinto, per sua stessa natura, una conferenza in vista della quale ogni democratico possa sentire di dare il suo contributo, di poter fare individualmente la differenza. Spero vivamente che ciò avvenga.
lunga vita al Divo Giulio
In più di mezzo secolo di vita pubblica, più di ogni altro governante, Giulio Andreotti è stato identificato come l'emblema di un potere che nasce e si alimenta nelle zone d'ombra. Quando Tommaso Buscetta raccontò la storia del bacio a Totò Riina i colpevolisti erano di gran lunga più numerosi. Si illudevano se pensavano che Andreotti sarebbe uscito politicamente distrutto dalla vicenda: ma lui, passato dall'altare alla polvere nel giro di poche ore, affrontò la prova con animo da combattente, sfidò i giudici andando a tutte le udienze del processo che lo vedeva imputato, la testa china sui suoi appunti, contestando l'accusa fino alla sentenza definitiva di assoluzione. E ora ha deciso di aprire (in parte) il suo archivio. Il "grande armadio" della Prima repubblica. Per ora è ancora chiuso, tranne particolari autorizzazioni, alla consultazione pubblica e ci vorrà ancora del tempo anche perché Giulio Andreotti continua ad "alimentarlo" quotidianamente e a consultarlo per i suoi libri, interventi, discorsi. È depositato nel caveau blindato dell'Istituto Don Sturzo dove tutti i principali esponenti della Dc hanno lasciato le loro carte. L'agenzia Ansa ha avuto la possibilità di visitarlo e, per la prima volta, di fotografarlo.
Ci sono voluti due mesi per trasferirlo in via delle Coppelle 35 nell'antico Palazzo Baldassini (opera dell'architetto Sangallo il giovane) da via Borgognona 47 dove in un appartamento era custodito l'Archivio per antonomasia. Sono 3.500 grandi faldoni - "buste" secondo la denominazione archivistica - conservati in due grandi archivi a scomparti mobili che hanno occupato due stanze dei sotterranei dell'Istituto che già accoglie le 1.400 buste di Luigi Sturzo, l'intero archivio della Dc, quello di Flaminio Piccoli, le trecento "buste"Giovanni Gronchi e le 350 di Mario Scelba.
L'Archivio Andreotti è già stato definito due anni fa di "interesse storico particolarmente importante". Il lavoro di classificazione è quasi definito per le prime carte, quelle del giovanissimo sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giulio Andreotti che aveva la delega per il cinema e lo spettacolo tra il '47 e il '53.

Sulle singole scaffalature dei due grandi armadi che scorrono su rotaie appare la scritta "G.A." e alcune sezioni recano la scritta "riservato" per le carte di natura personale. Ancora oggi la scheda di Giulio Andreotti sul sito del Senato reca, alla voce professione, la dicitura "giornalista" e questo è l'archivio di un politico che non ha mai dimenticato il suo mestiere. Infatti, da ogni faldone spuntano ritagli di giornali, appunti, foto, discorsi, documenti vari ed anche, in molti casi, libri, pubblicazioni inerenti l'argomento.
alla faccia della crisi!
lezione anglosassone
Recentemente, nel Regno Unito, sono stati pubblicati i risultati del Research Assessment Exercise, esercizio di valutazione della ricerca, l’ultimo dei quali risaliva a sette anni fa. La ricerca scientifica procede per incrementi marginali, ed ha dunque senso valutarne i risultati una volta ogni tanto, dando tempo sia agli scienziati che alle istituzioni accademiche, di potersi organizzare e di lavorare con calma. Dopo la fiammata di discussioni sull’università italiana, emersa a seguito dei provvedimenti del governo e delle proteste che ne sono seguite, è forse utile provare a capire come funziona questo esercizio britannico.Il Regno Unito ha uno dei sistemi universitari migliori del mondo, e condivide col nostro il carattere essenzialmente pubblico del suo finanziamento. Un terzo circa del totale, pari a un miliardo e mezzo di euro l’anno, verrà distribuito sulla base dei risultati dell’esercizio di valutazione. Non stupisce dunque che la comunità degli accademici che lavorano in Gran Bretagna, tra cui il sottoscritto, aspettassero i risultati con trepidazione.
67 commissioni indipendenti hanno valutato i lavori scientifici di circa 50 mila ricercatori. Ogni dipartimento, che rappresenta l’unità di analisi, ha selezionato i lavori da consegnare: i quattro migliori articoli di ogni ricercatore. Ogni lavoro è stato valutato in una scala da zero (articolo irrilevante) a quattro (world leader). Sapendo che questo giudizio sarebbe arrivato, negli scorsi anni le università e i dipartimenti si sono attrezzati. Hanno cercato di assumere i migliori scienziati, hanno organizzato i propri dipartimenti per ottimizzare il tempo e le risorse dedicate alla ricerca, hanno cercato i migliori studenti.
La lotta ad ogni forma di discriminazione è stata parte integrante dello sforzo: compiere una selezione sulla base, ad esempio, dell’età, del censo, o del cognome, non avrebbe portato a migliorare il proprio punteggio. Con lo strascico di polemiche e discussioni che ogni classifica porta con sé, i risultati hanno fotografato un sistema universitario eccellente.
Pur nella permanenza ai posti alti della classifica delle istituzioni più famose, le sorprese non sono mancate. La London School of Economics si conferma il luogo principe per lo studio, tra le altre materie, dell’Economia e dei temi Europei, tipicamente multidisciplinari.
Oxford eccelle nella ricerca sul cancro; l’Imperial College nella Storia. A Cambridge spetta, sia pure di stretta misura, la palma di migliore università. Tuttavia, il suo pur famosissimo dipartimento di Fisica, è stato superato da quello dell’Università di Lancaster che, a dire la verità, non ho idea di dove si trovi.
il nuovo Re Sole
Il premier non finisce mai di stupire. «Io ho il 72 per cento del consenso, e questo la dice lunga sulla fiducia che hanno gli italiani in questi magistrati politicizzati».Mette in scena un plebiscito su se stesso, Berlusconi, vincendo persino sul corso della giustizia. Silvio assolve se stesso e assolve i tanti parlamentari (25) condannati anche in via definitiva e la trentina di indagati che siedono in Parlamento. Anzi, fa capire che li ha candidati proprio perché hanno dei guai con la giustizia che, comunque, considera un'arma di battaglia politica. Il solo parlare di indagati è «una provocazione». «Quando abbiamo deciso di inserire nelle liste elettorali delle persone su cui esistevano indagini o procedimenti della magistratura lo abbiamo fatto sempre a ragion veduta. Cioè ascoltando e conoscendo queste persone».
Il premier fa capire quindi di avere offerto loro il protettivo ombrello parlamentare. E dà per scontato che ogni accusa dei magistrati sia «un'arma di battaglia politica contro l'avversario». Anche quando ad accusare sono dei camorristi. Naturalmente mette in prima fila se stesso, fra le «vittime» dei pm, ma «ho vinto le elezioni con 10 punti in più» quindi agli italiani non interessa, evidentemente.
Sottotono, molto attento a mostrarsi moderato (ma esageratamente "abbronzato" per il trucco), nella conferenza stampa di fine anno a Villa Madama, il presidente del consiglio ripete come un disco il solito repertorio del vanto di governo. Esclude la possibilità di sedersi a un tavolo con Veltroni, immedesimandolo con Di Pietro, anche se si tiene alla larga dal dare giudizi sul segretario del PD. Il dialogo? «Sarebbe una farsa, come posso sedermi a un tavolo con chi mi paragona a Hitler o a un dittatore argentino?».
Però preferisce che ci sia «un'opposizione magari violenta» perché senza «non sarebbe una democrazia». Berlusconi auspica una riforma condivisa sulla giustizia (con il ministro Alfano, giovane della "nouvelle vague" seduto in prima fila), ma fa sapere che «la riforma è pronta con il punto cardine della separazione delle carriere» e sarà presentata al primo consiglio dei ministri di gennaio.
Quanto al disegno di legge sulle intercettazioni, il premier è intenzionato a cambiarlo, magari con «un emendamento del governo». Perché il ddl, spiega, in Parlamento deve «avere una soluzione più restrittiva». Ovvero vietare le intercettazioni sui reati contro la pubblica amministrazione. Comunque invita ad «andarsene» il sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, e il Governatore campano, Bassolino.
Da mesi Berlusconi ripete il suo copione. Non vede neppure un suo successore, perché «non mi diverto a stare a Palazzo Chigi», dice sornione, e si augura che "nel 2013", alle prossime elezioni, «nel centrodestra si trovi qualcuno che possa sostituirmi».
Per ora, quindi, non c'è. Ritorna senza convinzione sulla possibilità di cambiare la legge elettorale per le europee, e poi si lancia sulla via del presidenzialismo.
Un Berlusconi di cera, impermeabile a ogni domanda. Sulla crisi vanta le poche cose fatte dal governo, e ripete che i dipendenti pubblici non hanno di che preoccuparsi perché lui ha «messo in sicurezza le banche e i loro risparmi». Un’Italia che dovrebbe stare bene, secondo le sue visioni delle cose e per come ha dipinto il Paese uscito dai suoi mesi di governo.
Perché allora i cittadini non spendono?
catene da spezzare
Vorrei tornare per un momento ad analizzare il fatto accaduto una decina di giorni fa e riguardante il sindaco di Firenze, Leonardo DOMENICI, incatenatosi per protesta dinanzi la redazione de la Repubblica a Roma. Non solo perché è scontato rispondere ricordandogli da quale pulpito, tuttora rivendicato da Licio Gelli, venga la predica. Ma anche perché è di ben corto respiro la strategia d'attacco-difesa della chiamata in correità, già praticata con non brillanti esiti - ma con un filo di dignità in più - da Bettino Craxi. E non porta proprio da nessuna parte la cinica convinzione che corruzione e perdizione siano cifra e destino della politica, una cifra e un destino che prima o poi si rivelano universali e che c'è solo da spartirsi come in un pranzo cannibalesco. Se c'è, come c'è, una débacle del Pd sta precisamente qui, nell'evidente fallimento del progetto che vedeva nella sua nascita una necessità storica chi si ricorda la retorica del congresso fondativo, giusto a Firenze? - imposta dalla crisi del sistema italiano, per uscire dalla crisi del sistema italiano. Quel progetto, lo si vide già allora da fuori, non aveva né le gambe né la testa, né il corpo né l'anima, per realizzarsi. Adesso lo si dice da dentro, praticando non la strada maestra del conflitto politico ma le viuzze laterali, piene di buche e di spine, di una litigiosità accusatoria e rivendicativa, paralitica e impolitica. Come sempre infatti è un vuoto di politica, al centro più che in periferia, che fa alzare il picco della questione morale, in periferia più che al centro. Ed è questo vuoto di politica che riporta il pallino della infinita e sfinita transizione italiana, avvitata sull'eterno circolo politica-giustiziamedia, nelle mani del mago di Arcore. Il problema non è loro, di chi da destra e dal centro o da una pallida sinistra abita il palazzo, è nostro. Corretto o corrotto, un sindaco può incatenarsi o lasciare. È dalla cittadinanza che non possiamo dimetterci, salvo rassegnarci a un destino di sudditi.
la solita incompatibilità...
Questa è un'altra brutta storia di "incompatibilità" ambientale e professionale, oltre che umana. Una storia innescata dal "caso De Magistris" di qualche tempo fa e puntualmente riaffiorata in questo ultimo scorcio di 2008. Hanno voluto agire con «la massima tempestività» per «ripristinare nel paese la fiducia nella magistratura»: così la prima commissione del Csm ha deciso di trasferire entrambi i magistrati coinvolti nello scontro tra procure. Luigi Apicella, dunque, lascerà Salerno e Enzo Iannelli se ne andrà da Catanzaro. Per entrambi, secondo il Consiglio Superiore della Magistratura, che ha deciso all’unanimità, ci sono «tutti gli elementi che hanno fatto percepire in maniera inequivoca l'esistenza di una situazione di difficoltà nella gestione operativa della giustizia in queste realtà». Per questo è stata avviata la procedura del trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale e funzionale.Il Csm aveva detto di voler decidere in fretta, perché «ogni minuto di ritardo – diceva il presidente della prima commissione, Ugo Bergamo – è pericoloso in un momento in cui è stata inferta alla giustizia una ferita». Sabato Bergamo, insieme agli altri membri del Csm, ha ascoltato i magistrati di Salerno e Catanzaro e dopo averli incontrati ha parlato di una tensione «notevole» e ha definito «palpabile anche la sofferenza in conseguenza degli episodi che hanno prevaricato l'aspetto processuale». Le audizioni, racconta Bergamo, sono state molto «serrate» e hanno evidenziato anche aspetti sconcertanti: le perquisizioni ordinate dalla Procura di Salerno nelle abitazioni dei pm di Catanzaro sarebbero arrivate addirittura alla denudazione, secondo quanto riferito dal pg di Catanzaro Enzo Jannelli. Parla di «cose sconcertanti» anche il vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura Nicola Mancino.
L’istruttoria del Csm comunque va avanti. Martedì saranno ascoltati altri pubblici ministeri dei due uffici coinvolti. Si tratta dei pm di Catanzaro Salvatore Curcio e Alfredo Garbati e Domenico De Lorenzo, titolari dell'inchiesta Why not e firmatari del controsequestro del fascicolo. Per la procura di Salerno saranno invece ascoltati i pm Gabriella Nuzzi, Dionigo Verasani, titolari del procedimento a carico dei magistrati di Catanzaro, e ancora Antonio Centore, Fabrizio Gambardella, Roberto Penna e Vincenzo Senatore. «La conclusione è prevista - ha spiegato ancora Bergamo - subito dopo Natale».
Il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha espresso il suo apprezzamento per «la tempestività del Csm» e si è augurato che «con altrettanta tempestività mi inviino le documentazione per i profili di mia competenza». Il Guardasigilli è titolare dell'azione disciplinare assieme al pg della Cassazione: saranno loro a valutare la necessità di eventuali atti di incolpazione.
Soddisfatta l’Associazione Nazionale Magistrati, secondo la quale la tempestività dell'intervento del Csm «è un'ulteriore riprova di come il sistema giudiziario ha al suo interno i mezzi e gli strumenti per poter intervenire anche in situazioni che hanno rischiato di minare la credibilità della magistratura». Quello dell’Anm è un messaggio nemmeno troppo velato al ministro Alfano che in questi giorni ha più volte ribadito la necessità di una riforma della giustizia, da fare con o senza l’appoggio dell’opposizione. Secondo l’Anm «è dannoso strumentalizzare questa vicenda per riparlare di separazione delle carriere, Csm e obbligatorietà dell'azione penale. La vera riforma della giustizia - concludono dall’Anm – è quella nell'interesse dei cittadini».
Lo scontro tra le procure si era infuocato pochi giorni fa con le perquisizioni e gli avvisi di garanzia inviati dalla procura di Salerno negli uffici giudiziari di Catanzaro. Il motivo delle indagini sarebbero le presunte illegalità nel trasferimento dalla Calabria a Napoli del pm Luigi De Magistris. Prima di lasciare palazzo dei Marescialli, il Procuratore capo di Catanzaro, Antonio Lombardo ha detto: «Noi abbiamo la coscienza a posto e speriamo con oggi di spegnere l'incendio». Usa parole praticamente identiche il procuratore di Salerno, Luigi Apicella: «Quando si ha la coscienza tranquilla - dice - si è sereni». In ogni caso, d’ora in poi, entrambi saranno più sereni, lontani da Salerno e Catanzaro.
quei loschi figuri
La notizia della settimana che più ha colpito, credo, la coscienza degli italiani è stata la condanna all'ergastolo dei coniugi di Erba. Sui due assassini di Erba non c’è molto da dire, quel misto di stupidità e ferocia lascia impietriti, ci inchioda davanti al «mysterium iniquitatis». È possibile invece soffermarsi, quasi toccando terra, sulle figure di contorno per tirarne qualche lezione. Lasciamo stare l’asserzione dei difensori che i loro assistiti sono innocenti o, se colpevoli, matti: in linea con una logica processuale che, come capita per il linguaggio di altre istituzioni, non ha alcun rapporto con il senso comune. Ma trovo impareggiabile l’arringa dell’avvocato Enzo Pacia, là dove spicca il volo appoggiandosi a una spicciola erudizione e a una retorica tribunizia: «Nulla mi commuove di più della sordità di Beethoven, della cecità di Galileo, del pianto di un innocente in carcere». Ma sì, sta parlando di Olindo e della sua sposa, convocati con sprezzo dell’umorismo in un consesso di spiriti magni. È stato il solo momento di buonumore in una vicenda sconvolgente. Perché altrove, se riso c’è stato, ha dovuto piegarsi in sarcastico sdegno. Alludo alla sortita di Azouz Marzouk, il marito di Raffaella Castagna e padre del piccolo Youssuf. Dal carcere dove si trova per spaccio di cocaina, ha fatto pervenire alla Corte, con sorprendente tempismo, mentre si era in attesa della sentenza, una strana storia: i suoi genitori hanno ricevuto in Tunisia la visita di uno sconosciuto, il quale asserisce che a compiere la strage di Erba non sono stati i due imputati ma altre persone. È stato un chiaro espediente per richiedere la sospensione del processo e ottenere, chissà, un rinvio del provvedimento di espulsione che lo attende all’ormai prossimo termine della pena. I giudici non hanno abboccato, Azouz ha attenuato il senso delle sue dichiarazioni. Resta il fatto che per un momento si è schierato, con sinistro opportunismo, tra i difensori della diabolica coppia che gli ha massacrato la moglie e il figlioletto.
Il pianto a ciglio asciutto, l’ombroso desiderio di una giustizia vendicativa, cancellati dalla speranza di starsene in Italia, di continuare i suoi loschi traffici. Penso ai parenti delle vittime che hanno dovuto sopportare anche questa. E mi auguro che, quando giunga il momento, non si levino recriminazioni per il rimpatrio dello sgradevole personaggio, che potrà vivere laggiù accanto ai suoi dilettissimi morti.
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