tpi-back

Quello che non si dice ma che si pensa...

la nuova famiglia (a)normale della tv

Correva l'anno di grazia 1968 quando in televisione trionfava "La famiglia Benvenuti", serie di telefilm che raccontava le vicende quotidiane di mamma Marina, papà Alberto e dei loro figli Ghigo e Andrea (interpretato dal piccolo Giusva Fioravanti, tristemente famoso per essere diventato un sanguinario terrorista nero), oltre alla tata Amabile. Nessun effetto speciale, niente guest star: solo le cose di tutti i giorni (dal lavoro del padre ai compiti scolastici dei figli, dal trasloco nella casa nuova alle discussioni coniugali) in cui gli spettatori potevano facilmente riconoscersi, tributando così uno straordinario successo al telefilm. Oggi, a quarant’anni e più di distanza, quella famiglia in tv non esiste più. Non nel senso dei Benvenuti ma in quello della famiglia tradizionale. Nei palinsesti televisivi non ce n’è quasi più traccia. A farla da padrone sono oramai quelle famiglie che vengono contrabbandate come famiglie moderne, prota­goniste di serie tv (il più delle volte importate dagli Stati Uniti o dalla Gran Bretagna) praticamente impeccabili dal punto di vista della scrittura e della regia e, dunque, di grande appeal sul pubblico. Ad aprire il filone in questo senso sono state le Desperate Housewives, casalinghe nevrotiche e un po’ pettegole della provincia americana, curiosamente truccate ed eleganti anche durante i lavori domestici o di giardinaggio. Sulla falsariga delle loro vicissitudini arrivano ora in tv, entrambe su Fox Life della piattaforma SKY a partire da venerdì 5 febbraio, due nuove serie: Cougar Town e Modern Family. La prima ha per protagonista Jules, madre quarantenne che ha trascorso i suoi anni, tra i venti e i trenta, crescendo il figlio nella cittadina di provincia in cui vivono. Praticamente quello che fanno, o dovrebbero fare, tutte le madri. Ma siccome siamo in tv, Jules (che è da poco tornata single) ha deciso di recuperare il tempo perduto in un modo un po’ curioso: accettando una serie di appuntamenti dai contenuti hot con ragazzi più giovani di lei. La Modern Family dell’omonima serie, invece, è composta da Joy, un uomo di mezza età divorziato e ora sposato con una colombiana molto più giovane di lui, e dai suoi (di lui) due figli: Claire, casalinga sposata con figli e Mitchell, fidanzato con un uomo e di ritorno dal Vietnam dove ha adottato una bambina. Naturalmente le due serie in questione sono solo gli ultimi arrivi di una tendenza che accomuna ed evidenzia coppie scoppiate e famiglie scombinate un po’ dappertutto, dalle corsie dell’ospedale tipo Grey’s Anatomy (dove i medici sono più presi dalla loro vita privata che da quella dei pazienti) alla casa dei Martini di Un medico in famiglia o a quella dei Cesaroni, tanto per tornare a casa nostra. Quello che, insomma, una volta era appannaggio esclusivo di prodotti come Dallas o Beautiful, talmente eccessivi e lontani dalla vita di tutti i giorni da essere considerati fumettoni, oggi è purtroppo ritenuto un ingrediente fondamentale per una serie televisiva che voglia avere successo. Con buona pace della realtà che dovrebbe accontentarsi, secondo alcuni, di fare capolino dai reality show. Evviva la nuova famiglia (a)normale.
 



Barbareschi: meglio in politica che in tv...

Torno a scrivere dopo qualche settimana (e me ne scuso con i lettori) non già per parlare di politica ma per dire qualche cosa sul ritorno in tv di uno che si era dato (fortunatamente per i telespettatori) alla politica: LUCA BARBARESCHI. Già nel titolo, con lo «Sciock» che imita il suono e non la grafia della parola, il Barbareschi Sciock che ha esordito l'altra sera su La7 indica la volontà di stupire e di provocare, come è d’altra parte nell’indole dell’autore-conduttore protagonista. Che nella prima puntata, sullo sfondo sin troppo maestoso di uno studio dominato dal blu, ha dimostrato di esser in gara con se stesso, di far di tutto per assomigliare all’intrattenitore brillante e al polemista sulfureo che ama proporre. Ma non ci è sempre riuscito: il programma, composito, ha avuto momenti di sfasamento, nel ritmo e nel piglio. Come se la materia sfuggisse dalle mani, le pause fossero troppo lunghe, le incertezze palesi; e l’intervista a Mike Tyson, presentata come il piatto forte, ha visto vincente, per naturalezza, proprio il pugile, sottoposto a un fuoco di fila di faticose domande in cui il tono ironico si perdeva inevitabilmente. Dopo un inizio con tre 'trans' di mezza età sdraiate su un letto insieme al conduttore (e che rivelano di esser medici e giornaliste, per sfatare un’ipotesi possibile) e le di­chiarazioni di Carlo Petrini, che racconta del suo pernicioso doping, 'scioccante', tanto per rifarsi al titolo, c’è la presenza di una dolce Sabina Atzori, nata focomelica, ma tanto tenace da raggiungere il sogno della danza classica. E dopo un intermezzo canoro di Alex Britti, già visto da Scotti e da Facchinetti, ec co il dilagante Fabrizio Corona che, da par suo, ha duellato protervo con Barbareschi, racchiusi en­trambi (il massimo della risibilità) in una vasca da bagno.
Nella presentazione alla stampa del suo nuovo programma televisivo Barbareschi aveva dichiarato che il suo sarebbe stato un «programma senza politica», ma che sarebbe risultato «il più politico della stagione». Per ora l’hanno visto 509.000 spettatori, share del 2.24%: il che smentisce forse la premessa augurio, a sigillo di una trasmissione tutto sommato pretenziosa e di poco sapore. Un dettaglio positivo? Le tre ballerine che hanno proposto tre 'stacchi' raffinati ed eleganti, ben riprese con i loro costumi fantasiosi. Il che è tutto dire...
 


storie di cerotti, di ipermercati e di sintonia con il Paese

berluschino_124Ho deciso di tornare a scrivere su questo blog dopo una lunga assenza che si prolungava dall'aprile dello scorso anno. La voglia c'era, il tempo un pò meno. Ma per rispetto dei lettori (e visto e considerato che non avevo nessuna intenzione di chiudere il blog) eccomi qui, in questi primi giorni del nuovo anno, a riannodare il filo logico delle mie sensazioni e dei miei pensieri su di tutto un pò. Inizio con un must per i miei post del passato già evidenziati sugli altri blog (http://tpi-back.blogspot.com/ e http://l-antipatico.blogspot.com/): il Pifferaio di Arcore. Berlusconi riappare in un ipermercato, la sera di Capodanno. E come d’incanto i primi giorni del 2010 offrono ai media lo spettacolo inatteso di centri commerciali, outlet e strade dello shopping presi d’assalto. File interminabili, traffico impazzito. La stagione dei saldi parte fortissima. Gli italiani si consolano per i sacrifici compiuti, dicono i sociologi. Più empiricamente, si sa che gli italiani (crisi o non crisi) rinunciano casomai alle cure sanitarie, piuttosto che all’affare, vero o apparente, di inizio anno. E comunque il loro presidente del Consiglio una volta di più era al posto giusto nel momento giusto, cerottoni sul viso compresi.
Per quanto riguarda invece il PD si scrive (tanto per cambiare) della gigantesca rissa pugliese, della depressione laziale, delle insidie palesi o nascoste nell’agenda delle riforme istituzionali.
Tutto vero, ma il problema principale di Pier Luigi Bersani rimane l’incapacità, o l’impossibilità, di trovare una sintonia col Paese sulla questione economica. I problemi elettorali sarebbero meno gravi, e il tema delle riforme meno inquietante, se il PD si sentisse forte di una sua agenda economica energica, originale, soprattutto percepita dagli italiani come efficace.
A qualcuno, l’assalto agli outlet ha fatto pensare che tutto sommato gli italiani abbiano in tasca più soldi di quanti gliene attribuiscano le statistiche. Altri sostengono che la crisi abbia divaricato la forbice tra chi ci ha guadagnato e chi ci ha perduto: i dati di questi giorni su stipendi e iniquità fiscali lo confermano.
Mentre Berlusconi si mischiava alla folla dell’ipermercato brianzolo, i dirigenti democratici facevano compagnia ai ricercatori dell’Ispra lasciati senza un euro dai tagli di Tremonti.
Sono due verità. Il PD fa bene a stare con chi tocca la crisi nel suo punto estremo, però tanti altri italiani hanno di questa stagione una percezione diversa. Come di una parentesi destinata a chiudersi e nella quale cercare opportunità, che lo Stato dovrebbe agevolare.
Predire loro il peggio, questo Bersani lo sa, è controproducente e respingente. Se il Partito Democratico non vuole rimanere definitivamente tagliato fuori deve scartare di lato, deve afferrare uno dei capi delle ingiustizie italiane e tirare forte, con proposte diverse dal fiacco ritornello sul recupero dell’evasione per sostenere i produttori. L’approccio bersaniano ai temi economici ha qualcosa di eterno, quindi di sempre giusto e sempre impalpabile. Il nodo fiscale è lì, antipatico per il berlusconismo (nato per tagli che non ha mai fatto) ma letale per un centrosinistra colpevole di cecità, classismo alla rovescia, pervicacia punitiva. Sarà il tema della ripresa politica, con governo, sindacati e imprese pronti a trattare.
Dove sarà il PD? Chi lo ascolterà? Perché per esempio non provare ad abbinare due proposte di rottura come il contratto di lavoro unico e il taglio delle tasse sul lavoro, per acquistare una centralità che renderebbe più agevoli tanti altri passaggi? Detto questo mi metto alla finestra (non potendo sedermi sulla sponda del fiume causa maltempo ed esondazioni di questi giorni...) e aspetto. Chissà che questo nuovo anno non porti veramente qualcosa di nuovo e di bello. Speriamo.

apartheid di provincia

Sembrerebbe una barzelletta se non fosse tremendamente vero. Ci sono due atteggiamenti possibili sulla vicenda di Foggia, luogo dove si sono inventati un autobus solo per gli immigrati, e un autobus solo per i foggiani. Il primo atteggiamento è quello dell’indignazione, dell’invettiva. La vergogna di una città che sembra la New Orleans del 1950, il razzismo non più latente ma esplicito e terribile, l’intolleranza. Il paradosso di cominciare a pensare che si passerà dagli autobus ai bagni divisi, e poi al divieto di matrimonio misto, e tutte queste provocazioni e fantasmi che ognuno di noi si porta dietro, giustamente, ogni volta che si ripete nella mente la parola: “razzismo”. Il secondo atteggiamento è quello minimalista: cosa volete che siano, una scemenza di amministratori sprovveduti, forse un po’ razzisti, ma siamo in Europa, il governatore della Puglia è già intervenuto, la cosa finirà in una bolla di sapone, e non è il caso di agitatsi troppo. Si tratta soltanto di banalità da strapaese del sud, anche se sgradevoli e imbarazzanti. I due atteggiamenti sono sbagliati entrambi. Gridare all’apartheid è certamente un errore, minimizzare è troppo facile. In realtà si tratta di un segnale, di quelli che corrono sottotraccia e che vanno guardati con attenzione. Il segnale sta in questa sorta di continuità tra i pensieri leghisti e la nuova intolleranza del sud d’Italia. L’autobus per immigrati pensavamo fosse una roba da paesino del nordest, e invece è arrivato nella capitanata, nel granaio d’Italia. La scarsa cultura di questo paese, l’averlo annichilito per anni nella stupidità, nella scarsità di idee, nell’appiattimento porta a un certo punto a un’intossicazione intellettuale e civile assai visibile. E l’intossicazione si manifesta con sfoghi isolati, che non vanno guardati solo per quello che sono, ma per quello che in realtà celano sotto. Questo è il caso di Foggia. E non serve dire che sono soltanto dei razzisti e dei reazionari. Non serve indignarsi contro gente che potremmo trattare come dei marziani. Perché, nel disastro italiano comincio a pensare che certi atteggiamenti sono diventati persino trasversali, e sfuggenti. E riguardano l’intero paese, dall’estrema sinistra all’estrema destra, passando per il qualunquismo e l’antipolitica. Ed è questa la preoccupazione maggiore, quella vera, quella che porta fuori dai soliti schemi che teniamo immobili da decenni, per pigrizia mentale e incapacità di capire.apartheid_400

please, non rottamiamo mister Allegria!

mikebongiorno_400Francamente non credevo di dover scrivere un post in favore della riassunzione a Mediaset o in RAI per il papà della televisione. Incredibilmente MIKE BONGIORNO è rimasto senza contratto e senza stipendio. Mediaset non gli ha rinnovato il contratto, automaticamente in essere dal lontano 1980. La guerra di posizione per il futuro della televisione italiana è arrivata al culmine. Dopo le schermaglie sulle piattaforme (digitale terrestre vs. satellite), è entrata nel vivo la battaglia sui contenuti. E dopo Fiorello, Lorella Cuccarini, Giorgio Panariello, anche Mike Bongiorno andrà in onda su SKY. Nel caso di Mike non si tratta di un nuovo contratto, ma piuttosto di un desiderio del presentatore di essere ospite sul palco del Fiorello Show. «Mike? Abbiamo apprezzato moltissimo lo spot che ha fatto per il suo amico Fiorello dicono a Sky – e lo abbiamo trasmesso negli orari di punta della nostra programmazione. Saremmo onorati, se i suoi impegni lo consentiranno, di averlo ospite nel Fiorello Show». Insomma ufficialmente non è stata presa ancora nessuna decisione ma, secondo quanto si mormora nell'ambiente televisivo, l'ormai ex uomo di punta di Mediaset sarà ospite di Fiorello almeno due volte, ma non è escluso che quella di Bongiorno diventi una presenza fissa dello spettacolo in onda dal 2 aprile. «Quando ho detto a Mike che andavo a Sky aveva spiegato Fiorello presentando lo show – mi ha chiesto quando avremmo cominciato», una battuta certo, ma che dimostra la volontà del presentatore di mettersi in gioco anche su un palcoscenico nuovo, dopo il sofferto divorzio da Mediaset. Un addio non facile quello al Biscione, ma come ha spiegato il conduttore è stata proprio Mediaset a non rinnovargli il contratto. Insomma Mike Bongiorno è di fatto «libero» di svolgere la sua attività televisiva su qualsiasi rete: «Da molte parti - ha spiegato il conduttore – leggo che Mike Bongiorno ha tradito Silvio Berlusconi, ma la verità è un'altra. Mediaset prima della fine dell'anno scorso, senza preavviso, non mi ha rinnovato il contratto che mi legava al gruppo fin dalla sua fondazione. Di conseguenza – ha concluso – ora non avendo legami sono libero di svolgere il mio lavoro con chiunque». Da Mediaset dicono che vincolare Mike Bongiorno con un contratto in esclusiva sarebbe stato «controproducente senza un progetto concretamente avviato». L'azienda comunque starebbe pensando a qualcosa di «adeguato alla professionalità di Mike Bongiorno».
Intanto il presentatore, martedì prossimo, sarà ospite di X Factor, il talent show condotto da Francesco Facchinetti in prima serata su Raidue. Di certo però la mossa di ieri ha molte analogie con il passato. Nel 1980 Bongiorno lasciò la Rai per passare a Mediaset, una scelta che spezzò il monopolio della tv di Stato. Adesso il primo, parziale, approdo sul satellite, potrebbe, almeno simbolicamente, spezzare il dominio della tv generalista. E magari consegnare al MIKE nazionale l'elisir di lunga vita...

Barack & burattini (delle lobbies)

Il presidente più internettiano di sempre degli Stati Uniti ha fatto un discorso ieri chiaro e senza sbavature. Non si farà intimorire dalle pressioni delle lobbies. Le promesse fatte in campagna elettorale, che gli hanno permesso di battere l'accoppiata McCain - Palin, stentano ad essere convertite in fatti concreti soprattutto per l'opposizione delle temutissime lobbies americane, da sempre ostacolo insormontabile ai cambiamenti del più potente Paese del pianeta. «Sono pronto alla lotta». Il presidente Barack Obama ha difeso in modo aggressivo, nel suo discorso del sabato alla nazione, le scelte del suo bilancio a  beneficio di sanità, educazione ed energia affermando di essere  pronto alla battaglia contro i «potenti interessi» colpiti  dalle sue decisioni. «Capisco perfettamente che queste iniziative non piaceranno  agli interessi particolari ed ai lobbysti che sono impegnati nel  vecchio stile di fare denaro - ha detto Obama - So che sono  pronti al combattimento. Per loro ho un semplice messaggio:  anch'io sono pronto alla battaglia».
Obama ha sottolineato di avere promesso durante la campagna  elettorale di far pagare più tasse ai ricchi, di investire  nella energia pulita e nella educazione, di rendere accessibili  a tutti la copertura sanitaria. «Questo è il mutamento che ho promesso come candidato.  Questo è il cambiamento votato a novembre dagli americani. E  questo è il cambiamento contenuto nel bilancio che ho mandato  al Congresso», ha affermato Obama. Il presidente ha ammesso che far passare tale bilancio «non  sarà facile» anche in un Congresso controllato dai democratici  «perchè rappresenta un mutamento vero e drammatico» che  minaccia lo '"status quo" a Washington.obama_762
«Il sistema attuale può star bene ai potenti interessi che  hanno dominato Washington, grazie alle loro connessioni, per  anni e che adesso sono pronti a combattere - ha detto Obama - Ma  non sta bene a me. Io lavoro per gli americani». Il presidente ha citato espressamente, tra i potenziali  avversari delle sue iniziative, l'industria della assicurazioni  sanitarie, le banche, le compagnie petrolifere e del gas. Ma ha  detto di essere pronto alla lotta.

Carta canta...e vince pure

Stanotte, poco prima dell'una, si è chiusa la 59esima edizione del Festival della canzone italiana di San Remo. Inutile sottolineare che il sottoscritto non è un abituale frequentare di canzoni e canzonette (pur essendo stato in gioventù un apprezzato disc-jockey in radio private romane e nazionali), ma un commento sull'evento televisivo e discografico dell'anno non posso non farlo. Dal punto di vista strettamente televisivo ho apprezzato molto la conduzione di PAOLO BONOLIS che, come dice spesso lui, dopo 28 anni di onorata carriera ha raggiunto una maturità professionale ed umana di notevole livello. Secondo me non è solo questione di simpatia, verve e cultura generale (sapientemente miscelata con la simpatia e la "romanità" tipica dello scaltro animale da palcoscenico). Qui siamo di fronte ad un vero professionista dello spettacolo leggero e dell'intrattenimento a base di musica e show, battute e finte emozioni o sorprese, capacità nel tenere botta con qualsiasi tipo di ospite parlante o meno, indubbio feeling con il pubblico (sia della platea dell'Ariston che di quello in genere televisivo) e, dulcis in fundo, camaleontica adattabilità ad ogni tipo di interazione con modi e mezzi più o meno sperimentabili (tipo San Remo lab) dell'universo internettiano. La furbizia da pax televisiva con la conduzione RAIMediaset insieme alla Maria nazionale (De Filippi, of course) ha dato impulso a quel tipico movimento televisivo e nazionalpopolare che unisce il sacro (dello spettacolo totem tipico di un Festival) con il profano (e il prosaico) degli sponsor e delle majors discografiche che assicurano i meritati e anelati denari. Alla fine della contesa ha vinto (neanche troppo a sorpresa, almeno per chi scrive) il vincitore sardo dell'ultima edizione di AMICI (che atipica coincidenza la presenza della De Filippi proprio nella serata finale). MARCO CARTA ha una bella voce, una faccia simpatica e il sorriso stampato in faccia. Come dice Pippo Baudo può fare strada. Mi auguro che sia quella giusta e che non percorra quella fuorviante dei montatori da successo. Ed ora, come direbbe il buon PAOLO BONOLIS, ecco a voi la canzone vincitrice: (http://www.youtube.com/watch?v=NxWXoacHtzw&feature=related). Applausi, titoli di coda e arrivederci alla 60esima edizione del Festival della canzone italiana di San Remo. Sipario.marco_600

un minuto di silenzio (per ascoltare le stronzate di Gasparri)

mauriziogasparri_316Andrea Camilleri ha rivelato in un'intervista di essere membro, forse addirittura socio fondatore, degli Adoratori di Gasparri. Unica setta satanica ad avere una finestra quasi continua su tutte le tv generaliste italiane. Lo scrittore siciliano ha anche rivelato uno dei riti segreti celebrati dalla congrega: l’assemblea del sabato per rivedere la registrazione di tutte le apparizioni del Gasparri in video. Cerimoniale masochista, che mette a dura prova la psiche, il fisico e, per chi ci crede, anche l’anima degli adepti.I quali, va detto a loro discarico, si dedicano a Gasparri solo allo scopo di cancellarne le tracce. Ma non per sempre, visto che ogni giorno porta la sua pena e la sua nuova bordata di sparate, insulti e semplici stronzate. Di recente, per esempio, Gasparri ha dichiarato a tg unificati che il Pd fa manifestazioni inutili, mentre il governo produce fatti. Ma non ci ha spiegato perché tutti quei fatti sono puntualmente smentiti dal governo nei successivi tg.

il Paese dei bravi ragazzi (e dei cattivi genitori)

Decidono di marinare la scuola, prendono in mezzo una ragazzina di 14 anni, la ubriacano «fino a farle sfiorare il coma etilico». La stuprano, peggio: la deflorano. Puliscono il sangue e tornano a casa. Compagni di banco, compagni di branco. L’edificante storiella salta fuori un mese dopo, perché la vittima vuota il sacco con la sorella, dopo settimane di silenzio e anoressia. Tre adolescenti vengono arrestati. La madre di uno dei tre dichiara: «Mio figlio? È impossibile. Probabilmente lei ci stava».
Complimenti, signora. Difenda sempre suo figlio, sempre e comunque, anche se ammazza qualcuno. Si allinei pronta al più becero maschilismo, quello che vede in ogni donna violentata una puttana potenziale. Non si interroghi mai, per nessun motivo. Si tenga strette le sue modeste certezze, prima fra tutte quella su cui si basa la degenerazione italiana: la famiglia prima di tutto, la famiglia nepotista e amorale, tesa a difendere i suoi membri dal giudizio degli altri. I figli sono sempre dei santi, no? Cattivi sono i figli degli altri. È applicando questa italianissima regola mafiosa che si educano i nuovi mostri. Sono ragazzini incensati e ignorati, che crescono con la certezza della loro automatica innocenza. Mamma li assolve sempre, papà difficilmente si prende il disturbo di inculcare nelle loro fertili teste vuote un paio di principi. Per esempio il rispetto degli altri. E tutti sono “gli altri”: perfino le donne e gli immigrati. bullismo_400
Purtroppo nella moderna famiglia “il prossimo tuo”, quello che dovresti amare “come te stesso”, è un pallido ectoplasma senza identità. O è nella tua banda/famiglia o è nemico. E la tua banda che obbiettivo ha? Sfangare il sabato sera. Per riuscirci bruci vivo un uomo o rovini una ragazza? Pazienza. Grazie alla Gelmini, avrai zero in condotta. Tanto mamma non si arrabbia.

il pasticcio del caso Villari

La telenovela sembra finita, ma di cicatrici morali e ideali il caso Villari ne ha lasciate, eccome. Ammesso che sia finito, il caso Villari resterà un pateracchio da primato nella storia dell’Italia repubblicana. La cui responsabilità sta tutta sulle spalle del Partito Democratico e di chi volle insistere capricciosamente sulla candidatura di Leoluca Orlando (la cui inconsistenza è stata dimostrata ulteriormente dall'indifferenza in cui è sparita). Fu un bluff sciocco e presuntuoso, suggerito solo da disdicevoli interessi traffichini, che la maggioranza ebbe buon gioco a mangiarsi in un sol boccone, consegnando al PD danno e beffe come molti avevano previsto.
Ma quel disastro è ormai consegnato alla storia delle figuracce e della pessima immagine che la dirigenza del PD riesce a dare di sé. Storia giovane ma già assai ricca di precedenti.
Quello che è inedito e veramente spiacevole per il curriculum della sinistra repubblicana è l’imbroglio di cui si è resa promotrice e complice per rimuovere le tracce del disastro, gagliardamente impersonate dal senatore Villari. Il quale è indifendibile da se stesso e dalla sua illusione di martire, ma il tentativo di stornare su di lui ogni onta è vile e irresponsabile. Villari fu candidato dal Partito Democratico come suo esponente, insieme ad altri similmente inaffidabili: scelte che allora ci fu chi criticò, inascoltato. villari_riccardo200x150_200Ma soprattutto, Villari era stato eletto democraticamente da un organismo parlamentare. Un evento regolato dalla legge, a cui la legge e lo spirito democratico chiedono che si obbedisca: e non si può opporre a questi due termini una “tradizione” disattesa, come se questa dovesse avere maggior forza. Ancora di più in giorni in cui si protesta giustamente contro la violazione del diritto attuata sul caso Englaro. Nel cui caso, come in altri noti, l’inclinazione a fregarsene di sentenze, leggi e istituzioni era stata caratteristica del centrodestra.
Col caso Villari, la sinistra entra ufficialmente (non a caso in accordo con la maggioranza) tra i manipolatori delle regole democratiche, quando queste non diano i risultati voluti. Con la coscienza dei responsabili sollevata da uno sguardo alla figura dell’impresentabile senatore: è la vecchia tradizione del garantismo solo con i buoni. Quando la dirigenza del PD si lamenta dell’attitudine della sinistra a farsi del male da sola, beh: è un’autocritica.

speranze per il nuovo PD

bandierepd_800Che Che in una fase difficile come questa il Partito Democratico decida di ripartire dal programma (e dalle cose da fare) mi sembra un'ottima cosa. La conferenza programmatica di aprile sarà il modo migliore per definire il progetto del PD, rilanciarne la sfida nazionale ed europea, partendo dai contenuti. Crisi ed Europa saranno al centro del dibattito e dell'elaborazione. Eccellente notizia. Ci sono due "però" da tenere in conto, tuttavia. Il primo riguarda l'enfasi con la quale è stata richiesta la "chiamata a raccolta", in questo difficile momento per il progetto del PD, delle sue grandi personalità.
La stessa scelta di Massimo D'Alema come"direttore dei lavori" costituisce un segnale preciso di condivisione della responsabilità dell'esito della conferenza da parte di un leader storico e influente.
Ritengo però che la conferenza debba essere, al contrario, un momento di visibilità e di incontro che dia voce al Partito diffuso, alle esperienze, alle volontà e alle intelligenze presenti sul territorio in tutta Italia. Soprattutto davanti all'evidente necessità di non ritardare ulteriormente la creazione del tessuto connettivo del Partito e l'identità stessa ("l'anima", verrebbe da dire!) dei democratici italiani, credo che i protagonisti della conferenza debbano assolutamente essere i circoli e i piccoli azionisti della  compagine societaria.
Il secondo "però" riguarda il percorso che forse è ancora più importante della conferenza programmatica in sé, e che non potrà essere un processo burocratico e formale.
Dovrà essere invece un percorso aperto e coinvolgente, capace di attivare la partecipazione e di lanciare una sfida che dovrà essere politica e culturale insieme. Il percorso, che condurrà alla Conferenza, dovrà essere una campagna all'insegna di un cambiamento radicale dell'immagine del Partito, di noi stessi e della politica italiana, che abbia la stessa potenza e lo stesso impatto nella società italiana che ebbero la fondazione del Partito e le primarie dell'ottobre 2007.
Negli ultimi mesi si è fatta molta fatica a parlare agli italiani e a costruire una "cultura democratica" coraggiosamente capace di rappresentare il potenziale rivoluzionario di un partito che è nato come una risposta ai grandi cambiamenti della società e del mondo del nostro tempo. Un partito in piena ed efficace comunicazione con il sentire del suo Paese non può che organizzare, per suo stesso istinto, per sua stessa natura, una conferenza in vista della quale ogni democratico possa sentire di dare il suo contributo, di poter fare individualmente la differenza. Spero vivamente che ciò avvenga.

lunga vita al Divo Giulio

È nato il a Roma il 14 gennaio 1919. E' sulla scena politica da più tempo della regina Elisabetta. E' il politico italiano più blasonato, sette volte alla guida del governo, ora anche con un film a lui dedicato (“Il Divo” di Paolo Sorrentino) uno dei leader democristiani più votati; ma per i suoi nemici e detrattori è stato "Belzebù", circondato da una fama di politico cinico e machiavellico che lui stesso, in fondo, amava coltivare.
In più di mezzo secolo di vita pubblica, più di ogni altro governante, Giulio Andreotti è stato identificato come l'emblema di un potere che nasce e si alimenta nelle zone d'ombra.  Quando Tommaso Buscetta raccontò la storia del bacio a Totò Riina i colpevolisti erano di gran lunga più numerosi. Si illudevano se pensavano che Andreotti sarebbe uscito politicamente distrutto dalla vicenda: ma lui, passato dall'altare alla polvere nel giro di poche ore, affrontò la prova con animo da combattente, sfidò i giudici andando a tutte le udienze del processo che lo vedeva imputato, la testa china sui suoi appunti, contestando l'accusa fino alla sentenza definitiva di assoluzione. E ora ha deciso di aprire (in parte) il suo archivio. Il "grande armadio" della Prima repubblica. Per ora è ancora chiuso, tranne particolari autorizzazioni, alla consultazione pubblica e ci vorrà ancora del tempo anche perché Giulio Andreotti continua ad "alimentarlo" quotidianamente e a consultarlo per i suoi libri, interventi, discorsi. È depositato nel caveau blindato dell'Istituto Don Sturzo dove tutti i principali esponenti della Dc hanno lasciato le loro carte. L'agenzia Ansa ha avuto la possibilità di visitarlo e, per la prima volta, di fotografarlo.
Ci sono voluti due mesi per trasferirlo in via delle Coppelle 35 nell'antico Palazzo Baldassini (opera dell'architetto Sangallo il giovane) da via Borgognona 47 dove in un appartamento era custodito l'Archivio per antonomasia. Sono 3.500 grandi faldoni - "buste" secondo la denominazione archivistica - conservati in due grandi archivi a scomparti mobili che hanno occupato due stanze dei sotterranei dell'Istituto che già accoglie le 1.400 buste di Luigi Sturzo, l'intero archivio della Dc, quello di Flaminio Piccoli, le trecento "buste"Giovanni Gronchi e le 350 di Mario Scelba.
L'Archivio Andreotti è già stato definito due anni fa di "interesse storico particolarmente importante". Il lavoro di classificazione è quasi definito per le prime carte, quelle del giovanissimo sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giulio Andreotti che aveva la delega per il cinema e lo spettacolo tra il '47 e il '53. giulioandreotti23671_340
Sulle singole scaffalature dei due grandi armadi che scorrono su rotaie appare la scritta "G.A." e alcune sezioni recano la scritta "riservato" per le carte di natura personale. Ancora oggi la scheda di Giulio Andreotti sul sito del Senato reca, alla voce professione, la dicitura "giornalista" e questo è l'archivio di un politico che non ha mai dimenticato il suo mestiere. Infatti, da ogni faldone spuntano ritagli di giornali, appunti, foto, discorsi, documenti vari ed anche, in molti casi, libri, pubblicazioni inerenti l'argomento.

alla faccia della crisi!

L'inizio dei saldi ha, come al solito, spaccato in due gli osservatori economici e le categorie dei negozianti interessati alla corsa: c'è chi la vede nera e chi la vede rosa. Tanto per cambiare. «Ma quali affari, è tutto un disastro: le vendite sono diminuite del 20% rispetto all’anno scorso». Nemmeno il tempo di entrare in pausa pranzo, che dal Codacons arriva la prima, annunciata stroncatura dei saldi appena iniziati nelle principali città italiane. Qualche ora più tardi, in una grottesca corsa a chi “vede più nero”, Federconsumatori rilancia: «Sta andando peggio del previsto. Le vendite crolleranno del 35%». Non potendo sfidare i concorrenti sul terreno del pessimismo, un’altra associazione, contribuenti.it (www.contribuenti.it/), avverte che «a Napoli, nel primo giorno di saldi, il 42,3% dei commercianti non ha emesso lo scontrino fiscale», e ringrazia la Guardia di finanza per avere multato gli esercenti «con sanzioni da 516 euro in su». La solita guerra di cifre, quasi sempre non verificabili, ha accompagnato la prima vera giornata di saldi in Italia. In verità è impossibile, poche ore dopo l’apertura di negozi e outlet, prevedere quale sarà, nell’anno della crisi, l’impatto autentico dei saldi sui bilanci dei commercianti. Certo: a giudicare dalla folla infreddolita che si è radunata fin dalle prime ore del mattino davanti alle vetrine delle griffe a Roma e Milano, o dalla coda di quattro chilometri al casello autostradale di Serravalle Scrivia (ultimo ostacolo prima dell’ingresso all’outlet più grande d’Europa), è difficile pensare a un Paese in preda al panico da recessione. «La gente entra, dà un’occhiata ai prezzi, ma alla fine compra poco e spende meno dell’anno scorso», lamentano un po’ dappertutto i negozianti. Probabile che sia così: in fin dei conti anche i cittadini più distratti, in questi mesi, avranno sentito pronunciare almeno qualche volta la parola “crisi”. Meglio aspettare i prossimi giorni, devono aver pensato. Anche perché, come ha candidamente ammesso un negoziante romano intervistato da un tg nazionale, «per ora abbiamo abbassato i prezzi del 30%. Ma se, fra una settimana, la roba resterà al suo posto, gli sconti arriveranno al 50, anche al 60%». Non a caso, sono i commercianti i primi a dichiararsi tutt’altro che sorpresi dalla tattica attendista dei clienti: «È sicuramente presto per fare un bilancio complessivo - sostiene la Confcommercio Roma al termine della prima giornata di sconti - ma i primi segnali, nonostante il giorno segnato dal maltempo, ci lasciano ben sperare. Adesso aspettiamo solo il bel tempo, che ci aiuterebbe a dare la spinta decisiva per un ulteriore incremento dei consumi». Ancora più esplicito Enrico Montolivo, amministratore delegato della genovese Giglio Bagnara Spa: «La prima mattinata di saldi - dice - ha registrato una coda di 400 persone all’entrata del nostro negozio e un risultato di vendite superiore del 30% all’anno scorso. Era tutto ampiamente prevedibile, nonostante le ridicole proiezioni rilasciate da improbabili interlocutori e riportate sui giornali. Gli italiani sono persone serie e oculate: investono sulle case, non hanno debiti al consumo e cercano di risparmiare pur apprezzando l’estetica e la buona qualità». Quarantamila presenze: ancora un record, per l’outlet di Serravalle Scrivia (Alessandria), che si conferma così vera Mecca dei consumatori del Nord Italia. Timberland, Dolce & Gabbana, Guess e Calvin Klein i negozi più gettonati dalla folla di visitatori, arrivati per lo più da Genova, Milano, Torino, ma anche dalla Costa Azzurra e dalla Svizzera. Una processione iniziata alle 8 del mattino e proseguita fino al tardo pomeriggio, con non pochi disagi per chi, suo malgrado, ha dovuto percorrere l’autostrada A7 nel giorno - forse - peggiore dell’anno. «Abbiamo deciso l’apertura straordinaria anche per consentire un deflusso migliore delle auto», dice la direttrice Daniela Bricola. Di visitatori, nella cittadella dello shopping, se ne attendono oltre 700 mila, da ieri alla fine di febbraio: «L’obiettivo è quello di superare i 40 milioni di fatturato». Presi d’assalto anche gli altri outlet nazionali, con vendite, a detta dei responsabili, «in linea con quelle del 2008». Giornata positiva anche per i principali centri commerciali. dove il volume d’affari non ha deluso i negozianti. È l’abbigliamento di marca l’oggetto del desiderio del primo giorno di saldi. Nel quadrilatero della moda milanese e nel Tridente romano le code si sono formate davanti ai negozi di lusso e alle grandi marche, che hanno offerto sconti consistenti, tagliando i prezzi anche del 40%. Nella capitale economica la stima di Ascomoda-Unione del Commercio è di un acquisto medio per famiglia di 540 euro, a Roma la cifra dovrebbe invece essere minore. Anche a Torino le grandi catene hanno registrato punti vendita pieni, ma nel complesso la Confesercenti prevede una diminuzione delle vendite del 10-15%. Sconti medi del 30% a Venezia, dove la gente ha affollato soprattutto le boutiques più famose. «Venezia è una città dove non c’è mai ressa per i saldi - dice invece la direttrice di una importante boutique vicina a Piazza San Marco - Oggi è la situazione è stata tranquilla, la crisi si sente. Comunque siamo più o meno in linea con i saldi degli anni scorsi». Ma alla fine della fiera, mi chiedo: ma questa cavolo di crisi c'è davvero oppure no?outlet_499

lezione anglosassone

englishflag280x200_280Recentemente, nel Regno Unito, sono stati pubblicati i risultati del Research Assessment Exercise, esercizio di valutazione della ricerca, l’ultimo dei quali risaliva a sette anni fa. La ricerca scientifica procede per incrementi marginali, ed ha dunque senso valutarne i risultati una volta ogni tanto, dando tempo sia agli scienziati che alle istituzioni accademiche, di potersi organizzare e di lavorare con calma. Dopo la fiammata di discussioni sull’università italiana, emersa a seguito dei provvedimenti del governo e delle proteste che ne sono seguite, è forse utile provare a capire come funziona questo esercizio britannico.
Il Regno Unito ha uno dei sistemi universitari migliori del mondo, e condivide col nostro il carattere essenzialmente pubblico del suo finanziamento. Un terzo circa del totale, pari a un miliardo e mezzo di euro l’anno, verrà distribuito sulla base dei risultati dell’esercizio di valutazione. Non stupisce dunque che la comunità degli accademici che lavorano in Gran Bretagna, tra cui il sottoscritto, aspettassero i risultati con trepidazione.
67 commissioni indipendenti hanno valutato i lavori scientifici di circa 50 mila ricercatori. Ogni dipartimento, che rappresenta l’unità di analisi, ha selezionato i lavori da consegnare: i quattro migliori articoli di ogni ricercatore. Ogni lavoro è stato valutato in una scala da zero (articolo irrilevante) a quattro (world leader). Sapendo che questo giudizio sarebbe arrivato, negli scorsi anni le università e i dipartimenti si sono attrezzati. Hanno cercato di assumere i migliori scienziati, hanno organizzato i propri dipartimenti  per ottimizzare il tempo e le risorse dedicate alla ricerca, hanno cercato i migliori studenti.
La lotta ad ogni forma di discriminazione è stata parte integrante dello sforzo: compiere una selezione sulla base, ad esempio, dell’età, del censo, o del cognome, non avrebbe portato a migliorare il proprio punteggio. Con lo strascico di polemiche e discussioni che ogni classifica porta con sé, i risultati hanno fotografato un sistema universitario eccellente.
Pur nella permanenza ai posti alti della classifica delle istituzioni più famose, le sorprese non sono mancate. La London School of Economics si conferma il luogo principe per lo studio, tra le altre materie, dell’Economia e dei temi Europei, tipicamente multidisciplinari.
Oxford eccelle nella ricerca sul cancro; l’Imperial College nella Storia. A Cambridge spetta, sia pure di stretta misura, la palma di migliore università. Tuttavia, il suo pur famosissimo dipartimento di Fisica, è stato superato da quello dell’Università di Lancaster che, a dire la verità, non ho idea di dove si trovi.

il nuovo Re Sole

berlusconi2_300Il premier non finisce mai di stupire. «Io ho il 72 per cento del consenso, e questo la dice lunga sulla fiducia che hanno gli italiani in questi magistrati politicizzati».
Mette in scena un plebiscito su se stesso, Berlusconi, vincendo persino sul corso della giustizia. Silvio assolve se stesso e assolve i tanti parlamentari (25) condannati anche in via definitiva e la trentina di indagati che siedono in Parlamento. Anzi, fa capire che li ha candidati proprio perché hanno dei guai con la giustizia che, comunque, considera un'arma di battaglia politica. Il solo parlare di indagati è «una provocazione». «Quando abbiamo deciso di inserire nelle liste elettorali delle persone su cui esistevano indagini o procedimenti della magistratura lo abbiamo fatto sempre a ragion veduta. Cioè ascoltando e conoscendo queste persone».
Il premier fa capire quindi di avere offerto loro il protettivo ombrello parlamentare. E dà per scontato che ogni accusa dei magistrati sia «un'arma di battaglia politica contro l'avversario». Anche quando ad accusare sono dei camorristi. Naturalmente mette in prima fila se stesso, fra le «vittime» dei pm, ma «ho vinto le elezioni con 10 punti in più» quindi agli italiani non interessa, evidentemente.
Sottotono, molto attento a mostrarsi moderato (ma esageratamente "abbronzato" per il trucco), nella conferenza stampa di fine anno a Villa Madama, il presidente del consiglio ripete come un disco il solito repertorio del vanto di governo. Esclude la possibilità di sedersi a un tavolo con Veltroni, immedesimandolo con Di Pietro, anche se si tiene alla larga dal dare giudizi sul segretario del PD. Il dialogo? «Sarebbe una farsa, come posso sedermi a un tavolo con chi mi paragona a Hitler o a un dittatore argentino?».
Però preferisce che ci sia «un'opposizione magari violenta» perché senza «non sarebbe una democrazia». Berlusconi auspica una riforma condivisa sulla giustizia (con il ministro Alfano, giovane della "nouvelle vague" seduto in prima fila), ma fa sapere che «la riforma è pronta con il punto cardine della separazione delle carriere» e sarà presentata al primo consiglio dei ministri di gennaio.
Quanto al disegno di legge sulle intercettazioni, il premier è intenzionato a cambiarlo, magari con «un emendamento del governo». Perché il ddl, spiega, in Parlamento deve «avere una soluzione più restrittiva». Ovvero vietare le intercettazioni sui reati contro la pubblica amministrazione. Comunque invita ad «andarsene» il sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, e il Governatore campano, Bassolino.
Da mesi Berlusconi ripete il suo copione. Non vede neppure un suo successore, perché «non mi diverto a stare a Palazzo Chigi», dice sornione, e si augura che "nel 2013", alle prossime elezioni, «nel centrodestra si trovi qualcuno che possa sostituirmi».
Per ora, quindi, non c'è. Ritorna senza convinzione sulla possibilità di cambiare la legge elettorale per le europee, e poi si lancia sulla via del presidenzialismo.
Un Berlusconi di cera, impermeabile a ogni domanda. Sulla crisi vanta le poche cose fatte dal governo, e ripete che i dipendenti pubblici non hanno di che preoccuparsi perché lui ha «messo in sicurezza le banche e i loro risparmi». Un’Italia che dovrebbe stare bene, secondo le sue visioni delle cose e per come ha dipinto il Paese uscito dai suoi mesi di governo.
Perché allora i cittadini non spendono?

catene da spezzare

domeniciincatenatointerna_400Vorrei tornare per un momento ad analizzare il fatto accaduto una decina di giorni fa e riguardante il sindaco di Firenze, Leonardo DOMENICI, incatenatosi per protesta dinanzi la redazione de la Repubblica a Roma.
Fra i (non più tanto) giovani dirigenti e amministratori del PD (leva Fgci dalemiana degli anni Settanta) Leonardo Domenici non è certo il peggiore né il meno capace né il meno freddo: l'ha dimostrato da parlamentare, da sindaco, da presidente dell'Anci. Se per bucare la bolla del circolo politicomediatico-giudiziario sceglie la stessa pratica dell'incatenamento portata agli onori della cronaca da mamma Casella vent'anni fa in Aspromonte, vuol dire che la saturazione della bolla suddetta è salita a livelli di guardia, e che la possibilità di pratiche politiche più fini e meno eclatanti è scesa sotto il livello minimo della razionalità e dell'efficacia. Il problema investe e travolge il Partito democratico, come una slavina che arriva in contemporanea da Firenze, da Napoli, nonché dalle inchieste calabresi segretate, ma non investe e non travolge solo il Partito democratico. L'immagine del sindaco incatenato si somma e si confonde con quelle dei carabinieri che circondano le procure di Catanzaro e di Salerno, col patetico decisionismo esternato via tv dal Csm, con i racconti di pm denudati per essere perquisiti, col fragore della voce del presidente della Repubblica che si alza un giorno per invocare moralità politica e amministrativa, nella sua città e nel suo partito in primo luogo, e il giorno dopo per contenere (maldestramente) un potere giudiziario gravemente scosso da convulsioni interne prima che dall'ormai storico duello col potere politico. Sono fatti diversi, lo sappiamo bene, da valutare ciascuno nella sua inquietante specificità. Ma tutti insieme suonano la campana a morte di una crisi di sistema che non lascia scampo a nessuno dei suoi segmenti, né politici né istituzionali. Silvio Berlusconi e i suoi scherani alla Cicchitto, quando gongolano perché la questione morale scoppia nel Pd, le convulsioni interne scoppiano nella magistratura e finalmente si invera la tesi per cui «la sinistra non ha l'esclusiva dell'etica» e uscì indenne da Tangentopoli sol perché miracolata da quegli stessi pm che ora l'attaccano, passano anche loro un livello di guardia, quello della decenza e del cinismo.
Non solo perché è scontato rispondere ricordandogli da quale pulpito, tuttora rivendicato da Licio Gelli, venga la predica. Ma anche perché è di ben corto respiro la strategia d'attacco-difesa della chiamata in correità, già praticata con non brillanti esiti - ma con un filo di dignità in più - da Bettino Craxi. E non porta proprio da nessuna parte la cinica convinzione che corruzione e perdizione siano cifra e destino della politica, una cifra e un destino che prima o poi si rivelano universali e che c'è solo da spartirsi come in un pranzo cannibalesco. Se c'è, come c'è, una débacle del Pd sta precisamente qui, nell'evidente fallimento del progetto che vedeva nella sua nascita una necessità storica chi si ricorda la retorica del congresso fondativo, giusto a Firenze? - imposta dalla crisi del sistema italiano, per uscire dalla crisi del sistema italiano. Quel progetto, lo si vide già allora da fuori, non aveva né le gambe né la testa, né il corpo né l'anima, per realizzarsi. Adesso lo si dice da dentro, praticando non la strada maestra del conflitto politico ma le viuzze laterali, piene di buche e di spine, di una litigiosità accusatoria e rivendicativa, paralitica e impolitica. Come sempre infatti è un vuoto di politica, al centro più che in periferia, che fa alzare il picco della questione morale, in periferia più che al centro. Ed è questo vuoto di politica che riporta il pallino della infinita e sfinita transizione italiana, avvitata sull'eterno circolo politica-giustiziamedia, nelle mani del mago di Arcore. Il problema non è loro, di chi da destra e dal centro o da una pallida sinistra abita il palazzo, è nostro. Corretto o corrotto, un sindaco può incatenarsi o lasciare. È dalla cittadinanza che non possiamo dimetterci, salvo rassegnarci a un destino di sudditi.

la solita incompatibilità...

demagistris1_300Questa è un'altra brutta storia di "incompatibilità" ambientale e professionale, oltre che umana. Una storia innescata dal "caso De Magistris" di qualche tempo fa e puntualmente riaffiorata in questo ultimo scorcio di 2008. Hanno voluto agire con «la massima tempestività» per «ripristinare nel paese la fiducia nella magistratura»: così la prima commissione del Csm ha deciso di trasferire entrambi i magistrati coinvolti nello scontro tra procure. Luigi Apicella, dunque, lascerà Salerno e Enzo Iannelli se ne andrà da Catanzaro. Per entrambi, secondo il Consiglio Superiore della Magistratura, che ha deciso all’unanimità, ci sono «tutti gli elementi che hanno fatto percepire in maniera inequivoca l'esistenza di una situazione di difficoltà nella gestione operativa della giustizia in queste realtà». Per questo è stata avviata la procedura del trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale e funzionale.
Il Csm aveva detto di voler decidere in fretta, perché «ogni minuto di ritardo – diceva il presidente della prima commissione, Ugo Bergamo – è pericoloso in un momento in cui è stata inferta alla giustizia una ferita». Sabato Bergamo, insieme agli altri membri del Csm, ha ascoltato i magistrati di Salerno e Catanzaro e dopo averli incontrati ha parlato di una tensione «notevole» e ha definito «palpabile anche la sofferenza in conseguenza degli episodi che hanno prevaricato l'aspetto processuale». Le audizioni, racconta Bergamo, sono state molto «serrate» e hanno evidenziato anche aspetti sconcertanti: le perquisizioni ordinate dalla Procura di Salerno nelle abitazioni dei pm di Catanzaro sarebbero arrivate addirittura alla denudazione, secondo quanto riferito dal pg di Catanzaro Enzo Jannelli. Parla di «cose sconcertanti» anche il vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura Nicola Mancino.
L’istruttoria del Csm comunque va avanti. Martedì saranno ascoltati altri pubblici ministeri dei due uffici coinvolti. Si tratta dei pm di Catanzaro Salvatore Curcio e Alfredo Garbati e Domenico De Lorenzo, titolari dell'inchiesta Why not e firmatari del controsequestro del fascicolo. Per la procura di Salerno saranno invece ascoltati i pm Gabriella Nuzzi, Dionigo Verasani, titolari del procedimento a carico dei magistrati di Catanzaro, e ancora Antonio Centore, Fabrizio Gambardella, Roberto Penna e Vincenzo Senatore. «La conclusione è prevista - ha spiegato ancora Bergamo - subito dopo Natale».
Il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha espresso il suo apprezzamento per «la tempestività del Csm» e si è augurato che «con altrettanta tempestività mi inviino le documentazione per i profili di mia competenza». Il Guardasigilli è titolare dell'azione disciplinare assieme al pg della Cassazione: saranno loro a valutare la necessità di eventuali atti di incolpazione.
Soddisfatta l’Associazione Nazionale Magistrati, secondo la quale la tempestività dell'intervento del Csm «è un'ulteriore riprova di come il sistema giudiziario ha al suo interno i mezzi e gli strumenti per poter intervenire anche in situazioni che hanno rischiato di minare la credibilità della magistratura». Quello dell’Anm è un messaggio nemmeno troppo velato al ministro Alfano che in questi giorni ha più volte ribadito la necessità di una riforma della giustizia, da fare con o senza l’appoggio dell’opposizione. Secondo l’Anm «è dannoso strumentalizzare questa vicenda per riparlare di separazione delle carriere, Csm e obbligatorietà dell'azione penale. La vera riforma della giustizia - concludono dall’Anm – è quella nell'interesse dei cittadini».
Lo scontro tra le procure si era infuocato pochi giorni fa con le perquisizioni e gli avvisi di garanzia inviati dalla procura di Salerno negli uffici giudiziari di Catanzaro. Il motivo delle indagini sarebbero le presunte illegalità nel trasferimento dalla Calabria a Napoli del pm Luigi De Magistris. Prima di lasciare palazzo dei Marescialli, il Procuratore capo di Catanzaro, Antonio Lombardo ha detto: «Noi abbiamo la coscienza a posto e speriamo con oggi di spegnere l'incendio». Usa parole praticamente identiche il procuratore di Salerno, Luigi Apicella: «Quando si ha la coscienza tranquilla - dice - si è sereni». In ogni caso, d’ora in poi, entrambi saranno più sereni, lontani da Salerno e Catanzaro.

quei loschi figuri

rosaolindo_260La notizia della settimana che più ha colpito, credo, la coscienza degli italiani è stata la condanna all'ergastolo dei coniugi di Erba. Sui due assassini di Erba non c’è molto da dire, quel misto di stupidità e ferocia lascia impietriti, ci inchioda davanti al «mysterium iniquitatis». È possibile invece soffermarsi, quasi toccando terra, sulle figure di contorno per tirarne qualche lezione. Lasciamo stare l’asserzione dei difensori che i loro assistiti sono innocenti o, se colpevoli, matti: in linea con una logica processuale che, come capita per il linguaggio di altre istituzioni, non ha alcun rapporto con il senso comune. Ma trovo impareggiabile l’arringa dell’avvocato Enzo Pacia, là dove spicca il volo appoggiandosi a una spicciola erudizione e a una retorica tribunizia: «Nulla mi commuove di più della sordità di Beethoven, della cecità di Galileo, del pianto di un innocente in carcere». Ma sì, sta parlando di Olindo e della sua sposa, convocati con sprezzo dell’umorismo in un consesso di spiriti magni.
È stato il solo momento di buonumore in una vicenda sconvolgente. Perché altrove, se riso c’è stato, ha dovuto piegarsi in sarcastico sdegno. Alludo alla sortita di Azouz Marzouk, il marito di Raffaella Castagna e padre del piccolo Youssuf. Dal carcere dove si trova per spaccio di cocaina, ha fatto pervenire alla Corte, con sorprendente tempismo, mentre si era in attesa della sentenza, una strana storia: i suoi genitori hanno ricevuto in Tunisia la visita di uno sconosciuto, il quale asserisce che a compiere la strage di Erba non sono stati i due imputati ma altre persone. È stato un chiaro espediente per richiedere la sospensione del processo e ottenere, chissà, un rinvio del provvedimento di espulsione che lo attende all’ormai prossimo termine della pena. I giudici non hanno abboccato, Azouz ha attenuato il senso delle sue dichiarazioni. Resta il fatto che per un momento si è schierato, con sinistro opportunismo, tra i difensori della diabolica coppia che gli ha massacrato la moglie e il figlioletto.
Il pianto a ciglio asciutto, l’ombroso desiderio di una giustizia vendicativa, cancellati dalla speranza di starsene in Italia, di continuare i suoi loschi traffici. Penso ai parenti delle vittime che hanno dovuto sopportare anche questa. E mi auguro che, quando giunga il momento, non si levino recriminazioni per il rimpatrio dello sgradevole personaggio, che potrà vivere laggiù accanto ai suoi dilettissimi morti.

università pruriginose

Un luogo comune abbastanza radicato (forse anche a ragione) vuole l'università made in England alquanto bigotta e scevra da tentazioni lussuriose o a luci rosse. Si diceva una volta "niente sesso, siamo inglesi" ma a giudizio del sottoscritto (che in terra di Albione ci è stato in svariate occasioni) non sempre è così. Personalmente ho avuto modo di conoscere molto da vicino studentesse di Londra e anche di località meno famose dedite (a volte sotto gli effetti dei fumi dell'alcool) a lezioni di anatomia applicata non sempre rispondenti a canoni tipicamente universitari. E la notizia di oggi (http://www.corriere.it/cronache/08_novembre_22/cambridge_tortora_0ee48c54-b8bc-11dd-a40c-00144f02aabc.shtml) non fa che confermare la mia vecchia impressione. In questi giorni si parla tanto di scuola e di istruzione in Italia. La polemica sul decreto Gelmini ha ancora segni evidenti nelle discussioni non solo sui forun in Rete. Ogni tanto viene fuori anche qualche scandaletto a sfondo sessuale, con qualche barone universitario che in cambio di qualche "servizietto" elargisce a pieni mani 30 con lode (e non sempre la votazione si riferisce al curriculum scolastico). In Inghilterra vanno oltre: pubblicano sul giornale universitario foto delle pin up come mamma le ha fatte, fregandosene altamente del nome e della storia della gloriosa università di turno. Anche perchè, tutto sommato, i piaceri della carne sono sempre stati preferiti, in secola seculorum, a quelli dello studio. O sbaglio?vividmagazine_390

le novità cinematografiche

Con leggero ritardo eccoci all'appuntamento settimanale con le anteprime cinematografiche. Primo film da segnalare UN SEGRETO TRA DI NOI di Dennis Lee, con Julia Roberts, Ryan Reynolds e Willem Dafoe (http://www.comingsoon.it/video.asp?Key=1535). Secondo film in uscita LA MUMMIA - LA TOMBA DELL'IMPERATORE DRAGONE di Rob Coehn, con Brendan Fraser, Maria Bello e Jet Li (http://www.comingsoon.it/video.asp?Key=1311). Altro film da segnalare è PARIGI di Cèdric Klapisch, con Juliette Binoche, Fabrice Luchini e Karin Viard (http://www.comingsoon.it/video.asp?Key=1892). Ultimo film in uscita è l'atteso SFIDA SENZA REGOLE di Jon Avnet, con Robert De Niro, Al Pacino e Donnie Wahlberg (http://www.comingsoon.it/video.asp?Key=933). Come sempre vi auguro una buona visione e un buon fine settimana. righteouskill_714