l'Italia del bunga bunga
Imbarazzo. Sconcerto. Ludibrio. Il Cavaliere del bunga bunga irrompe nelle cancellerie internazionali, fa discutere nelle sedi diplomatiche, strappa sorrisi sardonici e battute velenose a Bruxelles, rimbalza sulle pagine dei giornali di mezzo mondo. E copre di ridicolo l’Italia. Peggio che nei giorni dello show di Gheddafi a Roma. Delle pruderie sessuali di Berlusconi il mondo diplomatico ne era a conoscenza ormai da tempo. Stavolta, però, c’è un fatto in più. Un fatto mai visto. Per convincere la Questura di Milano a rilasciare Karima El Marough, in arte Ruby, parte una telefonata da Palazzo Chigi: «Rilasciatela, è una parente di Mubarak...». Una chiamata in causa che si può rubricare come una cosa mai vista prima, che ha dell'incredibile. Una vicenda «incredibile», ma vera. Al punto dall’aver costretto l’Ambasciata d’Egitto a Roma di far sapere che «non esiste» alcuna parentela tra il presidente Mubarak e Karima. Ma la storia è giunta al Cairo. Il riserbo ufficiale è totale, ma fuori dall’ufficialità il disappunto è fortissimo. Non solo per aver usato il nome del Rais, ma anche per un fatto più intimo, personale, che riapre una ferita profonda nella famiglia Mubarak: l’aver parlato di «nipote». Il 18 maggio del 2009 muore in Germania il nipote più grande del presidente egiziano, Mohamed Alaa Mubarak, di 12 anni, dopo un malore che lo aveva colpito mentre disputava una partita di calcio. Per Hosni Mubarak è una tragedia. In lutto per la morte del piccolo Mohamed, il presidente egiziano rinvia la sua prevista visita negli Stati Uniti. A causa del lutto, Suzane Mubarak, moglie del presidente, annulla una visita che doveva compiere a Londra. «Liberatela, è la nipote di Mubarak»: alla luce di questa tragedia familiare, quel riferimento legato a una squallida vicenda di sesso e protezione, suona ancora più imbarazzante. Al Cairo e non solo. Dalla Russia al Brasile, dall'India alla Germania, passando per Spagna, Gran Bretagna, Francia. Le vicende della minorenne marocchina fanno il giro del pianeta e balzano alle cronache di numerosi siti e quotidiani stranieri che, in articoli per lo più di cronaca, riportano i principali fatti «del nuovo scandalo» in cui è coinvolto il presidente del Consiglio italiano. In Gran Bretagna, il Daily Telegraph scrive che «la teenager è stata testimone, nella lussuosa villa del premier, dei “bunga bunga” party, termine che indica uno dei giochi osceni favoriti da Berlusconi». «Una nomina di alto profilo di Silvio Berlusconi è stata trascinata in un'indagine che coinvolge una danzatrice del ventre adolescente marocchina che sostiene di aver eseguito delle performance a casa del premier» scrive il quotidiano conservatore, che descrive la 25enne Minetti, consigliera Pdl alla Regione Lombardia, come una «ex modella eletta al parlamento regionale della Lombardia dopo aver conquistato l'attenzione di Berlusconi». Il Guardian si sofferma invece sulla reazione del premier e titola: «Berlusconi denuncia il furore contro di lui sui legami con una diciassettenne». In Germania, la Bild titola: «17enne sostiene: Berlusconi voleva il “bunga bunga”. La procura indaga su persone fidate del presidente del Consiglio». La conservatrice Die Welt titola «Clamore per party con minorenni. La marocchina “Ruby R” ha appena 17 anni. Sostiene di aver ricevuto regali peccaminosamente costosi da Silvio Berlusconi». Fra i siti delle riviste, lo Stern Online sottolinea invece «Nuovo clamore su presunti Sexpartys da Berlusconi». In Francia la vicenda compare su numerosi siti di informazione. Liberation , in un ampio articolo, osserva: «In Italia, la politica è come il cinema». Un quotidiano online invece titola «Le serate del bunga bunga, Berlusconi e le donne, capitolo secondo». Sul sito francese si ripercorrono le frequentazioni del premier a partire da Noemi Letizia, il divorzio da Veronica Lario e le accuse della moglie a Berlusconi, «uomo malato che frequenta le minorenni». E poi Patrizia d'Addario, per arrivare alla novità del bunga bunga: «Fino a ieri era sconosciuto alla maggioranza degli italiani, oggi si scopre che nel giro ristretto del premier vuol dire sesso anale di gruppo». Mentre il connazionale Le Point annota che «i giochi erotici di Silvio Berlusconi scandalizzano l'Italia», dove ormai «non si parla d'altro che del “bunga bunga”». Dalla Francia alla Spagna. El Pais dedica alla vicenda un ampio reportage da Roma, sottolineando che il caso suscita «una nuova questione di responsabilità politica» e chiedendosi se «la fragilità privata del Cavaliere metta in dubbio la credibilità del suo lavoro pubblico». C’è chi non si stupisce più: è El Mundo che rimarca l’«habitué» di Berlusconi ai festini erotici. Ma l'eco delle rivelazioni di Ruby travalica i confini dell'Europa. In Russia ne parla il quotidiano moscovita Pravda mentre negli Usa se ne occupa l'influente blog politico. The Huffington Post . In Argentina La Nacion scrive che «un nuovo sexgate ha coinvolto Berlusconi». E dalla lontana India, il quotidiano Hindustan Times , nel riportare «il nuovo scandalo» del premier, osserva: «Berlusconi dice di non essere un santo ma nega di aver mai pagato per fare sesso». Si precisa che Berlusconi minimizza il caso, ma si ricorda il divorzio da Veronica Lario e le accuse della moglie sulle frequentazioni di minorenni. Così è: giornali conservatori e giornali progressisti, di destra, di centro e di sinistra, in Europa come in Asia, passando per le Americhe. Siamo letteralmente coperti di ridicolo. Che l’autorevole Wall Street Journal sintetizza in un titolo che ironizza: "Stanca della crisi sul debito l'Italia si dà al bunga bunga».
addio al più siciliano dei sardi di celluloide
Non è mia abitudine scrivere su questo blog di attori o di personaggi dello spettacolo, ma
questa volta voglio dedicare un bel ricordo a uno dei caratteristi del cinema dei tempi d'oro più bravi e meno premiati che abbiano frequntato gli studios di Cinecittà: TIBERIO MURGIA, morto ieri all'età di 81 in una casa di cura vicino Tolfa. Anche adesso qualcuno, dopo 155 film in 50 anni di carriera, si stupirà: "ma come, non era siciliano?". Nossignori, Tiberio Murgia era sardo, sardissimo: natali a Oristano, classe 1929 e l'Isola portata sempre nel cuore o, comunque, denunciata col suo portamento irsuto, sospettoso, poche parole e occhiate torve. Tutta colpa di quel geniaccio di Mario Monicelli che nel 1958 cercava una faccia sicula da aggiungere al drappello di ladri sfigati - Gassman, Mastroianni, Salvadori, Capannelle e il maestro Totò - de I soliti ignoti . L'aveva già adocchiato al ristorante Il re degli Amici, in via della Croce a Roma, quel volto smunto, quel gesticolare secco in un corpo magro e nervoso. Tiberio Murgia lì lavorava come lavapiatti e nelle ore libere faceva il cane da punta in piazza di Spagna, «per cuccare le donne sarde a servizio», così raccontava lui. Monicelli lo fece seguire e convocare a Cinecittà per un provino. Tiberio non conosceva il mondo del cinema, figurarsi il significato della parola provino: comunque fu caricato e portato al cospetto del regista, messo in mezzo ad altre nove facce prese dalla strada («erano tutti siciliani») e sottoposto al test per lunghi giorni. Franco Cristaldi, il produttore, voleva un altro, un siciliano. Monicelli si impuntò: lui, Tiberio Murgia doveva essere Ferribotte. E vinse. Da allora la vita di quel sardo ignoto, catapultato a Roma in cerca di lavoro (ma anche fedifrago per tradimenti familiari), cambiò drasticamente. Anzi, non subito: perché Tibero dopo aver girato il film era ritornato al lavoro, sotto padrone, e non si capacitava delle battute in siciliano che la gente gli rovesciava per la strada. Non capiva, de I soliti ignoti non sapeva niente anche perché il titolo del film dove lui si aspettava di vedersi sullo schermo era Le madame , che fu invece censurato perché giudicato irriguardoso verso le forze dell'ordine. Finché la produzione, dopo averlo cercato perfino in Sardegna, non lo rintracciò, gli fece firmare uno di seguito all'altro tre contratti milionari - «dieci milioni per l'esattezza, mai visti tanti soldi», ricordava - e il sardo ignoto divenne noto: un divo del cinema. Meglio, il re dei caratteristi. Perché il ruolo di siciliano geloso, possessivo, cornuto, baffetto malandrino, capelli neri tirati a lucido, mascella sbilenca, portamento altero gli è rimasto appiccicato, un marchio che ha finito per divorarlo, renderlo prigioniero - dal cinema alla tv alla pubblicità - di quel cliché. Solo due volte nei 155 film girati (mai da protagonista) è stato sardo: pastore in due inquadrature di Attila flagello di Dio e buffo sequestratore, capo delle Brigate Pecorine, nel parodistico Paulo Roberto Cotechiño centravanti di sfondamento . Il resto, un siculo perfetto, sempre doppiato (all'inizio da Renato Cominetti), che sbraitava spalancando gli occhi semichiusi o protetti da occhialoni neri, perennemente arrapato davanti a una femmina qualsiasi, pronto a celebri frasi - «peccato di pantalone, pronta assoluzione», «Cammela, componiti», «Femmina piccante, prendila per amante; femmina cuciniera, prendila per mugliera» - spesso condite dall'esclamazione minchia!, con la prima i tirata a lungo. Curioso, però: un sardo ha reso popolare la Sicilia e la figura stereotipata del siciliano al cinema, prima di Franco e Ciccio e Lando Buzzanca mentre nello stesso anno (1961) in cui Tiberio girava ben 12 film, un siciliano, Vittorio De Seta, faceva grande, ma da un versante nobile, la Sardegna e i sardi con Banditi a Orgosolo. Paradossi del cinema. Ma paradossale è stata la parabola artistica e umana di Murgia: un'avventura stramba, condita dal suo caratteraccio (sì, nel privato era rigoroso e arrogante) ma in fondo mitigato da un cuore d'oro. Tantissimo cinema negli anni Sessanta (addirittura 50 interpretazioni), poco nei Settanta disperso in commedie sexy e un lento spegnersi nel decennio successivo, con la fine della gloriosa commedia all'italiana e della vocazione del cinema alle facce e ai caratteri regionali. Però il curriculum di Murgia è davvero insolito e ricco. Attraversa i migliori anni del cinema italiano, lavora al fianco di Totò, Sordi, Gassman, Manfredi, Mastroianni, Monica Vitti, Claudia Cardinale. E poi Maurizio Arena, Renato Salvadori, Amedeo Nazzari, Franco Fabrizi, Leopoldo Trieste, Franchi e Ingrassia, Walter Chiari, Ugo Tognazzi, Adriano Celentano, Paolo Stoppa, Ernesto Calindri, ma anche Alvaro Vitali, Ric e Gian. E con le maggiorate dell'epoca, da Liana Orfei a Gina Rovere e stelline come Gloria Guida. E pure con star straniere, da Victore Mature a Peter Sellers a Louis De Funes. E, oltre Monicelli, diretto da registi come Vittorio De Sica e Nanni Loy. Certo, i titoli memorabili restano pochi: l'esplosivo esordio nel 1958 con I soliti ignoti e il seguito nel 1960 L'audace colpo dei soliti ignoti (brutta invece la terza puntata I soliti ignoti 20 anni dopo), ancora due film monicelliani, La grande guerra (1959) e La ragazza con la pistola (1968), poi Costa Azzurra (1959), Le svedesi (1960), Caccia alla volpe (1966). Quello che avanza, ed oltre un centinaio di film, è cinema popolare, di cassetta, comparsate di una manciata di minuti o tre pose. Tiberio è disperso fra parodie (Rocco e le sorelle , Il giorno più corto , Il figlioccio del padrino , A qualcuna piace calvo) e musicarelli (Juke box urli d'amore , I Teddy Boys della canzone , Ma che musica maestro , Mina... fuori la guardia , Fontana di Trevi), film da spiaggia (Bellezze sulla spiaggia , Ferragosto in bikini , Follie d'estate) e commedie in costume (Il tiranno di Siracusa , Nerone '71 , I baccanali di Tiberio) e tra il comico e il sentimentale (Le cameriere , Rififì tra le donne , Uomini e nobiluomini). Per poi approdare negli anni Settanta al filone erotico (La soldatessa alla visita militare , La liceale, il diavolo e l'acquasanta , Taxi love , Le notti peccaminose dell'Aretino Pietro , La bella Antonia prima monaca e poi dimonia) e qualche raro cameo in film d'autore (La diceria dell'untore). Se al personaggio del siciliano aveva fatto l'abbonamento, complice la miopia dei produttori che l'avevano usato e sfruttato così, Tiberio almeno cambiava ruolo: è stato mafioso, vigile, poliziotto, autista, pretoriano, detenuto, capostazione, brigadiere, cowboy, sarto, barbiere ma sempre col suo aplomb rigido, la sbruffoneria sentenziosa che riscattava l'aspetto minuto e tracagnotto, la radice plebea che cercava di mascherare con un atteggiamento - questo davvero naturale - da nobile decaduto. In fondo, sullo schermo, Murgia ha sempre portato se stesso: la fame patita in Sardegna, terzo di nove figli (quattro maschi, cinque femmine), riscattata con strafottenza proletaria (dopo il successo andò a Oristano attraversando la città in Cadillac e due bonone al fianco) e la conquista faticosa di un lavoro che - prima del mestiere d'attore - lo portò anche con la valigia di cartone a fare il manovale, strillone dell'Unità, ambulante, sguattero, perfino un corso a Roma alla scuola del Pci delle Frattocchie per diventare un “quadro” del partito, tentativo fallito perché lui s'era messo con una compagna e, già sposato, era stato radiato dai vertici. Ecco, l'altra coincidenza fra vita e arte. Il Tiberio geloso e sciupafemmine ha finito per coincidere col Ferribotte dello schermo, o viceversa. Perché a raccontarla, la sua vicenda umana, è una sceneggiatura picaresca pronta da girare, assomiglia ad uno dei tanti personaggi che ha interpretato. Si è sposato presto, nel 1951, e ha avuto due figli. Ma subito ha inanellato un tradimento dietro l'altro (per questo fuggì da Oristano), anche quando convolò a nozze una seconda volta (solo con rito civile, non riuscì ad avere l'annullamento dalla Sacra Rota) avendo un'altra figlia e pure qualcun altro mai riconosciuto. Tiberio era libertino già da giovane e quando arrivò la dolce vita, cavalcò l'onda senza pensieri, scialacquando denaro in cene e macchine di lusso - perfino una Ferrari che la seconda moglie lo obbligò a rivendere dopo sei mesi - dimenticando che in Sardegna c'erano due bambini tra un piatto di minestra e un orfanatrofio. Ma pur chiuso nel suo egocentrismo, Tiberio aveva il senso della famiglia: per esempio pretese che i figli studiassero, ripeteva che, da ignoranti come lo era lui, nel mondo non si andava da nessuna parte. Aveva sempre tanti piccoli aneddoti da raccontare sul dietro le quinte del cinema (divertente il racconto della scena in cui bisticciava con la Cardinale, lui la prendeva a parolacce in sardo, lei in francese, tanto non si capivano e Monicelli poi doppiava), ha affidato a un libretto le sue memorie di attore «comunista e credente» ma chissà quanto ha edulcorato e inventato, compresa la storia di quando lui, minatore a Marcinelle, si salvò dalla terribile esplosione di gas perché quella notte si era dato malato, preferendo al trapano il talamo adulterino di una compiacente moglie di un suo collega. Non era vero - e di fronte alla figlia Manuela una volta aveva pure abbozzato - ma faceva parte del suo essere dentro e fuori lo schermo: un meraviglioso bugiardo, un palleri simpatico, e nel profondo onesto. Con Oristano aveva tenuto un rapporto dispettoso, nato dai cosidetti futili motivi, ma era una città che amava e che si ricordò di lui, nel 2005, quando Filippo Martinez gli organizzò un trionfale ritorno a casa e un premio a lui intitolato, dedicato ai caratteristi del cinema, che purtroppo non ha mai avuto seguito. Tre mesi fa Tiberio, sperduto in una casa di cura per anziani, parlava con qualche distratto giornalista di quella festa, e dell'amore per la sua Sardegna, flash di felicità in una mente già sciacquata dall'Alzheimer. Fumava lentamente, con gusto, il corpo rinsecchito in una giacca slabbrata, qualche battuta sagace all'indirizzo delle giovani badanti con l'aria del tombeur in pensione. Ma sempre col mento in alto, inossidabile Ferribotte, esibendo l'alterigia del sardo che ha fatto il siciliano per una vita. Riposa in pace, caro Tiberio. E falli ridere un pò i tuoi compagni di celluloide lassù...
la soubrette dalle grandi tette ha trovato casa (a sua insaputa?)
il Silvio furioso sull'orlo di una crisi di nervi
Il presidente del Consiglio in carica (ancora per poco, me lo auguro di cuore), parola di chi gli è vicino, «è fuori dalla grazia di Dio» per l’indagine della Procura di Trani. «Non si intercetta il presidente del Consiglio!», ha gridato appena appresa la notizia. Ma il suo umore non sembrava più lo stesso già da diversi giorni. A chi lo conosce, ha fatto impressione la conferenza stampa di via dell’Umiltà. Basti dire che, dopo averla sentita, persino un moderato come Casini, che pure è suo alleato nel Lazio, si è augurato (in confidenza) che questa volta gli elettori non diano ragione al Cavaliere. Ha anche molto impressionato il tono usato giovedì con i quadri romani del PdL a proposito del «disegno vergognoso». E se, come ha scritto la Velina rossa, nell’oramai famosissimo faccia a faccia dello scorso 5 marzo, il premier si è davvero spinto fino al punto di prospettare al capo dello Stato la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale di un decreto salvaliste anche senza la sua firma (e si è sentito ricordare chi è il capo delle forze armate), insomma, se tutto questo è vero, si può ben comprendere l’apprensione dell’entourage del premier.Infatti anche nel PdL (e non solo nelle istituzioni e nei partiti dell’opposizione) si guarda con preoccupazione a quanto accade a Palazzo Grazioli. La lettera con cui Berlusconi ha invitato tutti i parlamentari del suo gruppo ad iscriversi ai Promotori della Libertà (Fini e Schifani, non avendo aderito al gruppo PdL, non l’hanno ricevuta, così come pare anche Tremonti) è stata accolta con un misto di curiosità e inquietudine da gran parte dei destinatari.
Come membri del gruppo dirigente, già si sentivano messi in mora. E non solo per la brutta performance delle firme laziali. Bruciava pure il modo in cui martedì erano stati battuti dall’opposizione nell’aula di Montecitorio: il cambio dell’ordine del giorno determinato da tre voti di differenza, col capogruppo Cicchitto in missione e il suo vice Bocchino assente. In questo clima molti dei dirigenti temono che al lancio del nuovo PdL riveduto e corretto (da Popolo della Libertà a Promotori della Libertà) possa corrispondere l’azzeramento delle cariche. Probabilmente dopo la convention del nuovo soggetto politico che si terrà entro l’estate a Milano. E, naturalmente, si guarda con preoccupazione ai finiani: decideranno di abbandonare Berlusconi per sempre? Magari, aggiungo io!
l'Italia dei cialtroni e dei faccendieri
Si può vederla anche così: bombardati da un'informazione triste (perché tristi sono le cose raccontate dai telegiornali e dai media) siamo oramai abituati a un'Italia melmosa e maleodorante e quindi ci ritroviamo emozionalmente vaccinati dinanzi a un film che ci sbatte addosso il volto dell'Italia corrotta, trafficona e vergognosamente cinica. Un film che dovrebbe essere proiettato in Parlamento (ma anche nelle scuole) e che ci descrive un Paese incorniciato dentro il rettangolo del cattivo gusto. Eppure le sale sono sempre piene, tutti andiamo a vedere l'ultimo lavoro di Pupi Avati, Il figlio più piccolo. Siamo masochisti o abbiamo bisogno di questa catarsi superbamente inventata nei teatri greci e romani? La pellicola di Avati è la storia del declino di un faccendiere romano, Christian De Sica, creatore di un impero finanziario fatto di scatole vuote. Circondato da serpi, consigliato da un professore (Luca Zingaretti) che dell'antica vocazione religiosa conserva la stravaganza dei sandali, il palazzinaro diventa vampiro anche del figlio più ingenuo, cui intesterà il patrimonio di debiti. Il regista bolognese non ha girato il film due o tre settimane fa. La precisazione in apparenza è idiota, ma è da fare visto che abbiamo, noi spettatori, la sensazione di nuotare nella cronaca di questi giorni: intercettazioni, ricatti, avidità da cenciosi anche se accomodati in elicottero, domande di raccomandazioni, burinaggine che nessun maquillage o ricchezza può far evaporare del tutto. Pupi Avati ha lavorato di fantasia sono nell'assemblare episodi, nello scolpire caratteri e macchiette. Nelle sue tasche, come in quelle di tutti, c'era l'ampia documentazione dell'Italia dei furbetti, degli squallidi. Nessun cenno alle risate di un diavolo che cammina sui tetti e guarda il mondo dall'alto. Completa assenza di tragedia shakesperiana: come non ne fossimo più capaci. Anche il sangue è pomodoro, anzi scherzo di carnevale. Siamo nel circo del grottesco. Avati in un'intervista televisiva ha un po' minimizzato il pugno cinematografico che ha dato a tutti noi. Forse perché sa di essere nella scia di vicende che raccontano la mediocrità privata con il volto di Sordi o Tognazzi, del funambolismo falso e irriverente con i tratti spavaldi di Gassman. E ha detto che la sua opera non è interamente negativa visto che alla fine c'è un ricongiungimento familiare. Non sono d'accordo: il finale è solo apparentemente consolatorio perché è vero che De Sica viene accolto e protetto dall'ex moglie (Laura Morante) e dal figlio gabbato (Nicola Nocella, ottimo esordiente), ma non si deve far finta di dimenticare che il nucleo è di quelli disgregati, disfunzionali. Non una famiglia vera, ma un ridicolo barlume di affetti, un vortice di illusioni e una sorta di centro gravitazionale dell'assoluta mancanza del senso della realtà. Altro che happy end. Anche la voluta contrapposizione tra la Bologna solidale e la Roma gaglioffa è solo apparente. Due poli geografici e morali, che però sono soltanto il grafico di un desiderio, un riferimento a precise esperienze di vita. Ciò che fa orrore, anche se non sorprende più è l'ascesa di un finanziere che si muove così bene anche tra i lillipuziani della politica, che crede di avere il passepartout per aprire porte e cancelli. La chiave magica è una normale conoscenza della natura umana, un puntiglioso e sempre aggiornato elenco di debolezze e vizi altrui. È sufficiente un sussurro malevolo, non è necessario armare navi o eserciti. A vincere oggi è la spruzzata di veleno, non la spada. Vedendo Il figlio più piccolo si avverte il disagio della nostra pelle che diventa carta di un giornale letto appena ieri. Il cinema, la letteratura, l'arte in genere, non hanno ovviamente il compito di esaltare ciò che non esiste. Non siamo angeli, siamo uomini tristi e non buoni, diceva Niccolò Machiavelli. Emmanuel Kant prudentemente ci consigliava di dirigere la barra verso il meglio ignorando sogni vertiginosi. Ci sentiamo tutti un pò figli piccoli da illudere eda imbrogliare a vita? Il borbottio che attraversa in questi giorni la società è l'esempio di come anche la vergogna possa avere il suo decibel. E poi il dubbio più atroce: siamo davvero così cialtroni? È di limitata consolazione il sapere che tra clientes, patrones e pecunia maleodorante ci siamo già stati al tempo dell'antica Roma. Basta magari rammentare tale Marco Postumio titolare di contratti di fornitura per l'esercito, il quale faceva affondare di proposito vecchie navi, dopo averle caricate di merci di poco valore, per richiedere allo stato l'indennizzo di un valore molto superiore. Raffrontare tuttavia i contorni dell'antica Roma e di quella emblematica (non s'illudano i leghisti, semmai scandaglino il sottosuolo di Milano) che subiamo, è imbarazzante. Come lo è la seguente domanda: dov'è quel meglio indicato da Kant? E perchè è una boa che ci appare sempre più distante anche se remiamo con l'onestà dei normali? Ai posteri l'ardua risposta...
quando la tv non educa...
Ogni Ogni tanto, fateci caso, riciccia l'utopia d'una televisione di cui andare orgogliosi. Anni fa, sottoscritto da noti intellettuali sia di destra che di sinistra, circolava un manifesto in difesa del palinsesto alto e culturale. Si diceva: basta con le vampone siliconate del sabato sera, basta con tette e culi in primo piano e avanti con qualcos'altro. Immagino che il Cavaliere non abbia nulla contro le sciantose (anzi). Ma anche lui, dovendo scegliere tra i talk show politici diseducativi e qualcos'altro, sceglie qualcos'altro, a costo di dare ragione ai suoi peggiori nemici: gli intellettuali di sinistra. Sì, vabbé, ma qualcos'altro cosa? Anni fa, quando Roberto Benigni frequentava gli studi Rai e il Festival di Sanremo nella parte del Bignamino vivente della Divina Commedia, era sembrato di capire che con televisione di qualità s'intendesse una specie di doposcuola di massa. In altri tempi la TV di qualità era propagandata attraverso la satira politica e la fiction coraggiosa. Prima ancora c'era la televisione educativa e pedagogica che doveva parlare soprattutto di libri e giornali di un certo spessore culturale, come le terze pagine e le persone per bene e semicolte. In anni ancora più remoti c'era la TV con le grandi inchieste giornalistiche e persino con il documentario (specie quello naturalistico, ma anche storico e di varia umanità). Ora c'è chi rimpiange i film in bianco e nero e persino i cari vecchi sceneggiati d'una volta. Ogni tanto qualcuno salta su a sospirare per i concerti che passano in ore impossibili o per il teatro che praticamente non si vede più. In buona sostanza non si sa bene più che cosa sia la televisione di qualità, ma in compenso si sa benissimo che cosa non è. Non è intrattenimento. Mentre la TV pedagogica, qualunque cosa sia, per sua natura sensibilizza la platea vigile e dotta, quella d'intrattenimento rimbambisce per statuto il suo pubblico babbione. Infatti è di gran varietà e di telefilm d'azione, di Don Camillo e Peppone, di Maria De Filippi e di Ventura, di Bud Spencer e Terence Hill, che per lo più si occupano le agenzie diseducative. Sull'intrattenimento è dunque calato un tabù: l'intrattenimento è volgare, esattamente come certe cravatte o certi calzini: quelle troppo sgargianti, questi troppo corti (e magari pure bianchi...). Alla parola intrattenimento le anime belle sbiancano come gli amici sovrappeso alla vista d'un velo di maionese nel panino. Ci sono delle eccezioni, naturalmente: Serena Dandini, per esempio, e l'avanspettacolo socialmente impegnato. Ma in generale la televisione escapista è un'offesa all'intelligenza di chi si batte per una televisione di qualità, ergo per un mondo migliore. Ecco il punto, allora. Che cosa dovrebbe insegnare, di preciso, la televisione educativa, una volta epurati i telequiz, le telenovelas, i talk show politici irrispettosi, i dischi per l'estate, le tavole rotonde, i mangiatori di fuoco e le ballerine sgambettanti? Dovrebbe insegnare a leggere i giornali giusti? A pensare bene e in fretta? A portare sempre le cravatte e i calzini appropriati? A prendere il the col mignolino alzato? Un tempo le persone concrete, scolarizzate oppure no, passavano la vita ad autoeducarsi: leggevano un libro, andavano in vacanza qua e là, parlavano con gli amici, sfogliavano un giornale, ascoltavano chi la sapeva più lunga, tenevano gli occhi aperti. Da quando le persone, da concrete che erano, sono diventate ggente, hanno perso sostanza; trasformate in astratta e informe platea televisiva, devono essere educate dall'esterno alla difficile arte della cittadinanza (e del voto utile e giusto). È che i padroni delle TV, sia pubbliche che private, dei cittadini si fidano poco. Vorrebbero metterci seduti, come all'asilo, e insegnarci a vivere. Vogliono che chiediamo il permesso d'uscire, alzando due dita, quando ci scappa la pipì. Vogliono raccontarci la rava e la fava della storia universale. Prima ci migliorano con le ricette di cucina di chef rinomati e poi ci sensibilizzano con le opinioni più eleganti. Tutto pur di ficcarci a forza tra le orecchie che dobbiamo ragionare con la nostra testa o verranno presi dei seri provvedimenti. Magari come con la legge sulla par condicio...
la nuova famiglia (a)normale della tv

Correva l'anno di grazia 1968 quando in televisione trionfava "La famiglia Benvenuti", serie di telefilm che raccontava le vicende quotidiane di mamma Marina, papà Alberto e dei loro figli Ghigo e Andrea (interpretato dal piccolo Giusva Fioravanti, tristemente famoso per essere diventato un sanguinario terrorista nero), oltre alla tata Amabile. Nessun effetto speciale, niente guest star: solo le cose di tutti i giorni (dal lavoro del padre ai compiti scolastici dei figli, dal trasloco nella casa nuova alle discussioni coniugali) in cui gli spettatori potevano facilmente riconoscersi, tributando così uno straordinario successo al telefilm. Oggi, a quarant’anni e più di distanza, quella famiglia in tv non esiste più. Non nel senso dei Benvenuti ma in quello della famiglia tradizionale. Nei palinsesti televisivi non ce n’è quasi più traccia. A farla da padrone sono oramai quelle famiglie che vengono contrabbandate come famiglie moderne, protagoniste di serie tv (il più delle volte importate dagli Stati Uniti o dalla Gran Bretagna) praticamente impeccabili dal punto di vista della scrittura e della regia e, dunque, di grande appeal sul pubblico. Ad aprire il filone in questo senso sono state le Desperate Housewives, casalinghe nevrotiche e un po’ pettegole della provincia americana, curiosamente truccate ed eleganti anche durante i lavori domestici o di giardinaggio. Sulla falsariga delle loro vicissitudini arrivano ora in tv, entrambe su Fox Life della piattaforma SKY a partire da venerdì 5 febbraio, due nuove serie: Cougar Town e Modern Family. La prima ha per protagonista Jules, madre quarantenne che ha trascorso i suoi anni, tra i venti e i trenta, crescendo il figlio nella cittadina di provincia in cui vivono. Praticamente quello che fanno, o dovrebbero fare, tutte le madri. Ma siccome siamo in tv, Jules (che è da poco tornata single) ha deciso di recuperare il tempo perduto in un modo un po’ curioso: accettando una serie di appuntamenti dai contenuti hot con ragazzi più giovani di lei. La Modern Family dell’omonima serie, invece, è composta da Joy, un uomo di mezza età divorziato e ora sposato con una colombiana molto più giovane di lui, e dai suoi (di lui) due figli: Claire, casalinga sposata con figli e Mitchell, fidanzato con un uomo e di ritorno dal Vietnam dove ha adottato una bambina. Naturalmente le due serie in questione sono solo gli ultimi arrivi di una tendenza che accomuna ed evidenzia coppie scoppiate e famiglie scombinate un po’ dappertutto, dalle corsie dell’ospedale tipo Grey’s Anatomy (dove i medici sono più presi dalla loro vita privata che da quella dei pazienti) alla casa dei Martini di Un medico in famiglia o a quella dei Cesaroni, tanto per tornare a casa nostra. Quello che, insomma, una volta era appannaggio esclusivo di prodotti come Dallas o Beautiful, talmente eccessivi e lontani dalla vita di tutti i giorni da essere considerati fumettoni, oggi è purtroppo ritenuto un ingrediente fondamentale per una serie televisiva che voglia avere successo. Con buona pace della realtà che dovrebbe accontentarsi, secondo alcuni, di fare capolino dai reality show. Evviva la nuova famiglia (a)normale. | |||
Barbareschi: meglio in politica che in tv...

Torno a scrivere dopo qualche settimana (e me ne scuso con i lettori) non già per parlare di politica ma per dire qualche cosa sul ritorno in tv di uno che si era dato (fortunatamente per i telespettatori) alla politica: LUCA BARBARESCHI. Già nel titolo, con lo «Sciock» che imita il suono e non la grafia della parola, il Barbareschi Sciock che ha esordito l'altra sera su La7 indica la volontà di stupire e di provocare, come è d’altra parte nell’indole dell’autore-conduttore protagonista. Che nella prima puntata, sullo sfondo sin troppo maestoso di uno studio dominato dal blu, ha dimostrato di esser in gara con se stesso, di far di tutto per assomigliare all’intrattenitore brillante e al polemista sulfureo che ama proporre. Ma non ci è sempre riuscito: il programma, composito, ha avuto momenti di sfasamento, nel ritmo e nel piglio. Come se la materia sfuggisse dalle mani, le pause fossero troppo lunghe, le incertezze palesi; e l’intervista a Mike Tyson, presentata come il piatto forte, ha visto vincente, per naturalezza, proprio il pugile, sottoposto a un fuoco di fila di faticose domande in cui il tono ironico si perdeva inevitabilmente. Dopo un inizio con tre 'trans' di mezza età sdraiate su un letto insieme al conduttore (e che rivelano di esser medici e giornaliste, per sfatare un’ipotesi possibile) e le dichiarazioni di Carlo Petrini, che racconta del suo pernicioso doping, 'scioccante', tanto per rifarsi al titolo, c’è la presenza di una dolce Sabina Atzori, nata focomelica, ma tanto tenace da raggiungere il sogno della danza classica. E dopo un intermezzo canoro di Alex Britti, già visto da Scotti e da Facchinetti, ec co il dilagante Fabrizio Corona che, da par suo, ha duellato protervo con Barbareschi, racchiusi entrambi (il massimo della risibilità) in una vasca da bagno. | |||
storie di cerotti, di ipermercati e di sintonia con il Paese
Ho deciso di tornare a scrivere su questo blog dopo una lunga assenza che si prolungava dall'aprile dello scorso anno. La voglia c'era, il tempo un pò meno. Ma per rispetto dei lettori (e visto e considerato che non avevo nessuna intenzione di chiudere il blog) eccomi qui, in questi primi giorni del nuovo anno, a riannodare il filo logico delle mie sensazioni e dei miei pensieri su di tutto un pò. Inizio con un must per i miei post del passato già evidenziati sugli altri blog (http://tpi-back.blogspot.com/ e http://l-antipatico.blogspot.com/): il Pifferaio di Arcore. Berlusconi riappare in un ipermercato, la sera di Capodanno. E come d’incanto i primi giorni del 2010 offrono ai media lo spettacolo inatteso di centri commerciali, outlet e strade dello shopping presi d’assalto. File interminabili, traffico impazzito. La stagione dei saldi parte fortissima. Gli italiani si consolano per i sacrifici compiuti, dicono i sociologi. Più empiricamente, si sa che gli italiani (crisi o non crisi) rinunciano casomai alle cure sanitarie, piuttosto che all’affare, vero o apparente, di inizio anno. E comunque il loro presidente del Consiglio una volta di più era al posto giusto nel momento giusto, cerottoni sul viso compresi.Per quanto riguarda invece il PD si scrive (tanto per cambiare) della gigantesca rissa pugliese, della depressione laziale, delle insidie palesi o nascoste nell’agenda delle riforme istituzionali.
Tutto vero, ma il problema principale di Pier Luigi Bersani rimane l’incapacità, o l’impossibilità, di trovare una sintonia col Paese sulla questione economica. I problemi elettorali sarebbero meno gravi, e il tema delle riforme meno inquietante, se il PD si sentisse forte di una sua agenda economica energica, originale, soprattutto percepita dagli italiani come efficace.
A qualcuno, l’assalto agli outlet ha fatto pensare che tutto sommato gli italiani abbiano in tasca più soldi di quanti gliene attribuiscano le statistiche. Altri sostengono che la crisi abbia divaricato la forbice tra chi ci ha guadagnato e chi ci ha perduto: i dati di questi giorni su stipendi e iniquità fiscali lo confermano.
Mentre Berlusconi si mischiava alla folla dell’ipermercato brianzolo, i dirigenti democratici facevano compagnia ai ricercatori dell’Ispra lasciati senza un euro dai tagli di Tremonti.
Sono due verità. Il PD fa bene a stare con chi tocca la crisi nel suo punto estremo, però tanti altri italiani hanno di questa stagione una percezione diversa. Come di una parentesi destinata a chiudersi e nella quale cercare opportunità, che lo Stato dovrebbe agevolare.
Predire loro il peggio, questo Bersani lo sa, è controproducente e respingente. Se il Partito Democratico non vuole rimanere definitivamente tagliato fuori deve scartare di lato, deve afferrare uno dei capi delle ingiustizie italiane e tirare forte, con proposte diverse dal fiacco ritornello sul recupero dell’evasione per sostenere i produttori. L’approccio bersaniano ai temi economici ha qualcosa di eterno, quindi di sempre giusto e sempre impalpabile. Il nodo fiscale è lì, antipatico per il berlusconismo (nato per tagli che non ha mai fatto) ma letale per un centrosinistra colpevole di cecità, classismo alla rovescia, pervicacia punitiva. Sarà il tema della ripresa politica, con governo, sindacati e imprese pronti a trattare.
Dove sarà il PD? Chi lo ascolterà? Perché per esempio non provare ad abbinare due proposte di rottura come il contratto di lavoro unico e il taglio delle tasse sul lavoro, per acquistare una centralità che renderebbe più agevoli tanti altri passaggi? Detto questo mi metto alla finestra (non potendo sedermi sulla sponda del fiume causa maltempo ed esondazioni di questi giorni...) e aspetto. Chissà che questo nuovo anno non porti veramente qualcosa di nuovo e di bello. Speriamo.
apartheid di provincia
please, non rottamiamo mister Allegria!
Francamente non credevo di dover scrivere un post in favore della riassunzione a Mediaset o in RAI per il papà della televisione. Incredibilmente MIKE BONGIORNO è rimasto senza contratto e senza stipendio. Mediaset non gli ha rinnovato il contratto, automaticamente in essere dal lontano 1980. La guerra di posizione per il futuro della televisione italiana è arrivata al culmine. Dopo le schermaglie sulle piattaforme (digitale terrestre vs. satellite), è entrata nel vivo la battaglia sui contenuti. E dopo Fiorello, Lorella Cuccarini, Giorgio Panariello, anche Mike Bongiorno andrà in onda su SKY. Nel caso di Mike non si tratta di un nuovo contratto, ma piuttosto di un desiderio del presentatore di essere ospite sul palco del Fiorello Show. «Mike? Abbiamo apprezzato moltissimo lo spot che ha fatto per il suo amico Fiorello dicono a Sky – e lo abbiamo trasmesso negli orari di punta della nostra programmazione. Saremmo onorati, se i suoi impegni lo consentiranno, di averlo ospite nel Fiorello Show». Insomma ufficialmente non è stata presa ancora nessuna decisione ma, secondo quanto si mormora nell'ambiente televisivo, l'ormai ex uomo di punta di Mediaset sarà ospite di Fiorello almeno due volte, ma non è escluso che quella di Bongiorno diventi una presenza fissa dello spettacolo in onda dal 2 aprile. «Quando ho detto a Mike che andavo a Sky aveva spiegato Fiorello presentando lo show – mi ha chiesto quando avremmo cominciato», una battuta certo, ma che dimostra la volontà del presentatore di mettersi in gioco anche su un palcoscenico nuovo, dopo il sofferto divorzio da Mediaset. Un addio non facile quello al Biscione, ma come ha spiegato il conduttore è stata proprio Mediaset a non rinnovargli il contratto. Insomma Mike Bongiorno è di fatto «libero» di svolgere la sua attività televisiva su qualsiasi rete: «Da molte parti - ha spiegato il conduttore – leggo che Mike Bongiorno ha tradito Silvio Berlusconi, ma la verità è un'altra. Mediaset prima della fine dell'anno scorso, senza preavviso, non mi ha rinnovato il contratto che mi legava al gruppo fin dalla sua fondazione. Di conseguenza – ha concluso – ora non avendo legami sono libero di svolgere il mio lavoro con chiunque». Da Mediaset dicono che vincolare Mike Bongiorno con un contratto in esclusiva sarebbe stato «controproducente senza un progetto concretamente avviato». L'azienda comunque starebbe pensando a qualcosa di «adeguato alla professionalità di Mike Bongiorno». Intanto il presentatore, martedì prossimo, sarà ospite di X Factor, il talent show condotto da Francesco Facchinetti in prima serata su Raidue. Di certo però la mossa di ieri ha molte analogie con il passato. Nel 1980 Bongiorno lasciò la Rai per passare a Mediaset, una scelta che spezzò il monopolio della tv di Stato. Adesso il primo, parziale, approdo sul satellite, potrebbe, almeno simbolicamente, spezzare il dominio della tv generalista. E magari consegnare al MIKE nazionale l'elisir di lunga vita...
Barack & burattini (delle lobbies)
Obama ha sottolineato di avere promesso durante la campagna elettorale di far pagare più tasse ai ricchi, di investire nella energia pulita e nella educazione, di rendere accessibili a tutti la copertura sanitaria. «Questo è il mutamento che ho promesso come candidato. Questo è il cambiamento votato a novembre dagli americani. E questo è il cambiamento contenuto nel bilancio che ho mandato al Congresso», ha affermato Obama. Il presidente ha ammesso che far passare tale bilancio «non sarà facile» anche in un Congresso controllato dai democratici «perchè rappresenta un mutamento vero e drammatico» che minaccia lo '"status quo" a Washington.

«Il sistema attuale può star bene ai potenti interessi che hanno dominato Washington, grazie alle loro connessioni, per anni e che adesso sono pronti a combattere - ha detto Obama - Ma non sta bene a me. Io lavoro per gli americani». Il presidente ha citato espressamente, tra i potenziali avversari delle sue iniziative, l'industria della assicurazioni sanitarie, le banche, le compagnie petrolifere e del gas. Ma ha detto di essere pronto alla lotta.
Carta canta...e vince pure
un minuto di silenzio (per ascoltare le stronzate di Gasparri)
Andrea Camilleri ha rivelato in un'intervista di essere membro, forse addirittura socio fondatore, degli Adoratori di Gasparri. Unica setta satanica ad avere una finestra quasi continua su tutte le tv generaliste italiane. Lo scrittore siciliano ha anche rivelato uno dei riti segreti celebrati dalla congrega: l’assemblea del sabato per rivedere la registrazione di tutte le apparizioni del Gasparri in video. Cerimoniale masochista, che mette a dura prova la psiche, il fisico e, per chi ci crede, anche l’anima degli adepti.I quali, va detto a loro discarico, si dedicano a Gasparri solo allo scopo di cancellarne le tracce. Ma non per sempre, visto che ogni giorno porta la sua pena e la sua nuova bordata di sparate, insulti e semplici stronzate. Di recente, per esempio, Gasparri ha dichiarato a tg unificati che il Pd fa manifestazioni inutili, mentre il governo produce fatti. Ma non ci ha spiegato perché tutti quei fatti sono puntualmente smentiti dal governo nei successivi tg.
il Paese dei bravi ragazzi (e dei cattivi genitori)
Complimenti, signora. Difenda sempre suo figlio, sempre e comunque, anche se ammazza qualcuno. Si allinei pronta al più becero maschilismo, quello che vede in ogni donna violentata una puttana potenziale. Non si interroghi mai, per nessun motivo. Si tenga strette le sue modeste certezze, prima fra tutte quella su cui si basa la degenerazione italiana: la famiglia prima di tutto, la famiglia nepotista e amorale, tesa a difendere i suoi membri dal giudizio degli altri. I figli sono sempre dei santi, no? Cattivi sono i figli degli altri. È applicando questa italianissima regola mafiosa che si educano i nuovi mostri. Sono ragazzini incensati e ignorati, che crescono con la certezza della loro automatica innocenza. Mamma li assolve sempre, papà difficilmente si prende il disturbo di inculcare nelle loro fertili teste vuote un paio di principi. Per esempio il rispetto degli altri. E tutti sono “gli altri”: perfino le donne e gli immigrati.

Purtroppo nella moderna famiglia “il prossimo tuo”, quello che dovresti amare “come te stesso”, è un pallido ectoplasma senza identità. O è nella tua banda/famiglia o è nemico. E la tua banda che obbiettivo ha? Sfangare il sabato sera. Per riuscirci bruci vivo un uomo o rovini una ragazza? Pazienza. Grazie alla Gelmini, avrai zero in condotta. Tanto mamma non si arrabbia.
il pasticcio del caso Villari
Ma quel disastro è ormai consegnato alla storia delle figuracce e della pessima immagine che la dirigenza del PD riesce a dare di sé. Storia giovane ma già assai ricca di precedenti.
Quello che è inedito e veramente spiacevole per il curriculum della sinistra repubblicana è l’imbroglio di cui si è resa promotrice e complice per rimuovere le tracce del disastro, gagliardamente impersonate dal senatore Villari. Il quale è indifendibile da se stesso e dalla sua illusione di martire, ma il tentativo di stornare su di lui ogni onta è vile e irresponsabile. Villari fu candidato dal Partito Democratico come suo esponente, insieme ad altri similmente inaffidabili: scelte che allora ci fu chi criticò, inascoltato.
Ma soprattutto, Villari era stato eletto democraticamente da un organismo parlamentare. Un evento regolato dalla legge, a cui la legge e lo spirito democratico chiedono che si obbedisca: e non si può opporre a questi due termini una “tradizione” disattesa, come se questa dovesse avere maggior forza. Ancora di più in giorni in cui si protesta giustamente contro la violazione del diritto attuata sul caso Englaro. Nel cui caso, come in altri noti, l’inclinazione a fregarsene di sentenze, leggi e istituzioni era stata caratteristica del centrodestra.Col caso Villari, la sinistra entra ufficialmente (non a caso in accordo con la maggioranza) tra i manipolatori delle regole democratiche, quando queste non diano i risultati voluti. Con la coscienza dei responsabili sollevata da uno sguardo alla figura dell’impresentabile senatore: è la vecchia tradizione del garantismo solo con i buoni. Quando la dirigenza del PD si lamenta dell’attitudine della sinistra a farsi del male da sola, beh: è un’autocritica.
speranze per il nuovo PD
Che Che in una fase difficile come questa il Partito Democratico decida di ripartire dal programma (e dalle cose da fare) mi sembra un'ottima cosa. La conferenza programmatica di aprile sarà il modo migliore per definire il progetto del PD, rilanciarne la sfida nazionale ed europea, partendo dai contenuti. Crisi ed Europa saranno al centro del dibattito e dell'elaborazione. Eccellente notizia. Ci sono due "però" da tenere in conto, tuttavia. Il primo riguarda l'enfasi con la quale è stata richiesta la "chiamata a raccolta", in questo difficile momento per il progetto del PD, delle sue grandi personalità. La stessa scelta di Massimo D'Alema come"direttore dei lavori" costituisce un segnale preciso di condivisione della responsabilità dell'esito della conferenza da parte di un leader storico e influente.
Ritengo però che la conferenza debba essere, al contrario, un momento di visibilità e di incontro che dia voce al Partito diffuso, alle esperienze, alle volontà e alle intelligenze presenti sul territorio in tutta Italia. Soprattutto davanti all'evidente necessità di non ritardare ulteriormente la creazione del tessuto connettivo del Partito e l'identità stessa ("l'anima", verrebbe da dire!) dei democratici italiani, credo che i protagonisti della conferenza debbano assolutamente essere i circoli e i piccoli azionisti della compagine societaria.
Il secondo "però" riguarda il percorso che forse è ancora più importante della conferenza programmatica in sé, e che non potrà essere un processo burocratico e formale.
Dovrà essere invece un percorso aperto e coinvolgente, capace di attivare la partecipazione e di lanciare una sfida che dovrà essere politica e culturale insieme. Il percorso, che condurrà alla Conferenza, dovrà essere una campagna all'insegna di un cambiamento radicale dell'immagine del Partito, di noi stessi e della politica italiana, che abbia la stessa potenza e lo stesso impatto nella società italiana che ebbero la fondazione del Partito e le primarie dell'ottobre 2007.
Negli ultimi mesi si è fatta molta fatica a parlare agli italiani e a costruire una "cultura democratica" coraggiosamente capace di rappresentare il potenziale rivoluzionario di un partito che è nato come una risposta ai grandi cambiamenti della società e del mondo del nostro tempo. Un partito in piena ed efficace comunicazione con il sentire del suo Paese non può che organizzare, per suo stesso istinto, per sua stessa natura, una conferenza in vista della quale ogni democratico possa sentire di dare il suo contributo, di poter fare individualmente la differenza. Spero vivamente che ciò avvenga.
lunga vita al Divo Giulio
In più di mezzo secolo di vita pubblica, più di ogni altro governante, Giulio Andreotti è stato identificato come l'emblema di un potere che nasce e si alimenta nelle zone d'ombra. Quando Tommaso Buscetta raccontò la storia del bacio a Totò Riina i colpevolisti erano di gran lunga più numerosi. Si illudevano se pensavano che Andreotti sarebbe uscito politicamente distrutto dalla vicenda: ma lui, passato dall'altare alla polvere nel giro di poche ore, affrontò la prova con animo da combattente, sfidò i giudici andando a tutte le udienze del processo che lo vedeva imputato, la testa china sui suoi appunti, contestando l'accusa fino alla sentenza definitiva di assoluzione. E ora ha deciso di aprire (in parte) il suo archivio. Il "grande armadio" della Prima repubblica. Per ora è ancora chiuso, tranne particolari autorizzazioni, alla consultazione pubblica e ci vorrà ancora del tempo anche perché Giulio Andreotti continua ad "alimentarlo" quotidianamente e a consultarlo per i suoi libri, interventi, discorsi. È depositato nel caveau blindato dell'Istituto Don Sturzo dove tutti i principali esponenti della Dc hanno lasciato le loro carte. L'agenzia Ansa ha avuto la possibilità di visitarlo e, per la prima volta, di fotografarlo.
Ci sono voluti due mesi per trasferirlo in via delle Coppelle 35 nell'antico Palazzo Baldassini (opera dell'architetto Sangallo il giovane) da via Borgognona 47 dove in un appartamento era custodito l'Archivio per antonomasia. Sono 3.500 grandi faldoni - "buste" secondo la denominazione archivistica - conservati in due grandi archivi a scomparti mobili che hanno occupato due stanze dei sotterranei dell'Istituto che già accoglie le 1.400 buste di Luigi Sturzo, l'intero archivio della Dc, quello di Flaminio Piccoli, le trecento "buste"Giovanni Gronchi e le 350 di Mario Scelba.
L'Archivio Andreotti è già stato definito due anni fa di "interesse storico particolarmente importante". Il lavoro di classificazione è quasi definito per le prime carte, quelle del giovanissimo sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giulio Andreotti che aveva la delega per il cinema e lo spettacolo tra il '47 e il '53.

Sulle singole scaffalature dei due grandi armadi che scorrono su rotaie appare la scritta "G.A." e alcune sezioni recano la scritta "riservato" per le carte di natura personale. Ancora oggi la scheda di Giulio Andreotti sul sito del Senato reca, alla voce professione, la dicitura "giornalista" e questo è l'archivio di un politico che non ha mai dimenticato il suo mestiere. Infatti, da ogni faldone spuntano ritagli di giornali, appunti, foto, discorsi, documenti vari ed anche, in molti casi, libri, pubblicazioni inerenti l'argomento.
alla faccia della crisi!
lezione anglosassone
Recentemente, nel Regno Unito, sono stati pubblicati i risultati del Research Assessment Exercise, esercizio di valutazione della ricerca, l’ultimo dei quali risaliva a sette anni fa. La ricerca scientifica procede per incrementi marginali, ed ha dunque senso valutarne i risultati una volta ogni tanto, dando tempo sia agli scienziati che alle istituzioni accademiche, di potersi organizzare e di lavorare con calma. Dopo la fiammata di discussioni sull’università italiana, emersa a seguito dei provvedimenti del governo e delle proteste che ne sono seguite, è forse utile provare a capire come funziona questo esercizio britannico.Il Regno Unito ha uno dei sistemi universitari migliori del mondo, e condivide col nostro il carattere essenzialmente pubblico del suo finanziamento. Un terzo circa del totale, pari a un miliardo e mezzo di euro l’anno, verrà distribuito sulla base dei risultati dell’esercizio di valutazione. Non stupisce dunque che la comunità degli accademici che lavorano in Gran Bretagna, tra cui il sottoscritto, aspettassero i risultati con trepidazione.
67 commissioni indipendenti hanno valutato i lavori scientifici di circa 50 mila ricercatori. Ogni dipartimento, che rappresenta l’unità di analisi, ha selezionato i lavori da consegnare: i quattro migliori articoli di ogni ricercatore. Ogni lavoro è stato valutato in una scala da zero (articolo irrilevante) a quattro (world leader). Sapendo che questo giudizio sarebbe arrivato, negli scorsi anni le università e i dipartimenti si sono attrezzati. Hanno cercato di assumere i migliori scienziati, hanno organizzato i propri dipartimenti per ottimizzare il tempo e le risorse dedicate alla ricerca, hanno cercato i migliori studenti.
La lotta ad ogni forma di discriminazione è stata parte integrante dello sforzo: compiere una selezione sulla base, ad esempio, dell’età, del censo, o del cognome, non avrebbe portato a migliorare il proprio punteggio. Con lo strascico di polemiche e discussioni che ogni classifica porta con sé, i risultati hanno fotografato un sistema universitario eccellente.
Pur nella permanenza ai posti alti della classifica delle istituzioni più famose, le sorprese non sono mancate. La London School of Economics si conferma il luogo principe per lo studio, tra le altre materie, dell’Economia e dei temi Europei, tipicamente multidisciplinari.
Oxford eccelle nella ricerca sul cancro; l’Imperial College nella Storia. A Cambridge spetta, sia pure di stretta misura, la palma di migliore università. Tuttavia, il suo pur famosissimo dipartimento di Fisica, è stato superato da quello dell’Università di Lancaster che, a dire la verità, non ho idea di dove si trovi.



