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Quello che non si dice ma che si pensa...

catene da spezzare

domeniciincatenatointerna_400Vorrei tornare per un momento ad analizzare il fatto accaduto una decina di giorni fa e riguardante il sindaco di Firenze, Leonardo DOMENICI, incatenatosi per protesta dinanzi la redazione de la Repubblica a Roma.
Fra i (non più tanto) giovani dirigenti e amministratori del PD (leva Fgci dalemiana degli anni Settanta) Leonardo Domenici non è certo il peggiore né il meno capace né il meno freddo: l'ha dimostrato da parlamentare, da sindaco, da presidente dell'Anci. Se per bucare la bolla del circolo politicomediatico-giudiziario sceglie la stessa pratica dell'incatenamento portata agli onori della cronaca da mamma Casella vent'anni fa in Aspromonte, vuol dire che la saturazione della bolla suddetta è salita a livelli di guardia, e che la possibilità di pratiche politiche più fini e meno eclatanti è scesa sotto il livello minimo della razionalità e dell'efficacia. Il problema investe e travolge il Partito democratico, come una slavina che arriva in contemporanea da Firenze, da Napoli, nonché dalle inchieste calabresi segretate, ma non investe e non travolge solo il Partito democratico. L'immagine del sindaco incatenato si somma e si confonde con quelle dei carabinieri che circondano le procure di Catanzaro e di Salerno, col patetico decisionismo esternato via tv dal Csm, con i racconti di pm denudati per essere perquisiti, col fragore della voce del presidente della Repubblica che si alza un giorno per invocare moralità politica e amministrativa, nella sua città e nel suo partito in primo luogo, e il giorno dopo per contenere (maldestramente) un potere giudiziario gravemente scosso da convulsioni interne prima che dall'ormai storico duello col potere politico. Sono fatti diversi, lo sappiamo bene, da valutare ciascuno nella sua inquietante specificità. Ma tutti insieme suonano la campana a morte di una crisi di sistema che non lascia scampo a nessuno dei suoi segmenti, né politici né istituzionali. Silvio Berlusconi e i suoi scherani alla Cicchitto, quando gongolano perché la questione morale scoppia nel Pd, le convulsioni interne scoppiano nella magistratura e finalmente si invera la tesi per cui «la sinistra non ha l'esclusiva dell'etica» e uscì indenne da Tangentopoli sol perché miracolata da quegli stessi pm che ora l'attaccano, passano anche loro un livello di guardia, quello della decenza e del cinismo.
Non solo perché è scontato rispondere ricordandogli da quale pulpito, tuttora rivendicato da Licio Gelli, venga la predica. Ma anche perché è di ben corto respiro la strategia d'attacco-difesa della chiamata in correità, già praticata con non brillanti esiti - ma con un filo di dignità in più - da Bettino Craxi. E non porta proprio da nessuna parte la cinica convinzione che corruzione e perdizione siano cifra e destino della politica, una cifra e un destino che prima o poi si rivelano universali e che c'è solo da spartirsi come in un pranzo cannibalesco. Se c'è, come c'è, una débacle del Pd sta precisamente qui, nell'evidente fallimento del progetto che vedeva nella sua nascita una necessità storica chi si ricorda la retorica del congresso fondativo, giusto a Firenze? - imposta dalla crisi del sistema italiano, per uscire dalla crisi del sistema italiano. Quel progetto, lo si vide già allora da fuori, non aveva né le gambe né la testa, né il corpo né l'anima, per realizzarsi. Adesso lo si dice da dentro, praticando non la strada maestra del conflitto politico ma le viuzze laterali, piene di buche e di spine, di una litigiosità accusatoria e rivendicativa, paralitica e impolitica. Come sempre infatti è un vuoto di politica, al centro più che in periferia, che fa alzare il picco della questione morale, in periferia più che al centro. Ed è questo vuoto di politica che riporta il pallino della infinita e sfinita transizione italiana, avvitata sull'eterno circolo politica-giustiziamedia, nelle mani del mago di Arcore. Il problema non è loro, di chi da destra e dal centro o da una pallida sinistra abita il palazzo, è nostro. Corretto o corrotto, un sindaco può incatenarsi o lasciare. È dalla cittadinanza che non possiamo dimetterci, salvo rassegnarci a un destino di sudditi.

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Buongiorno,carissimo. La crisi del PD ha molte cause. Una delle più importanti, oltre alla questione morale, è la mancanza di una precisa identità da parte di questo partito. Da questa crisi il PD può uscire solo ponendo al centro della propria azione tre punti fondamentali. Primo, la giustizia sociale. Secondo, la questione morale con la cacciata degli inquisiti. Terzo, un forte radicamento sul territorio, abbandonando la politica dei salotti TV. MAURO
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